IL ROVELLO DEL BIBLIOMANE
Godo alla vista dei miei scaffali pieni zeppi, fitti di nomi più o meno familiari. Godo di sapermi circondato da una sorta di inventario della mia vita, con preannunci del futuro. Amo scoprire in volumi quasi dimenticati tracce delle mie passate letture: appunti a margine, biglietti dellautobus, foglietti con nomi e numeri misteriosi, una data e un luogo scarabocchiati sul frontespizio che mi riportano a un certo caffé, a un certo albergo, a unestate di tanto tempo fa.
ALBERTO MANGUEL
Gli eredi, si sa, non amano le biblioteche. Non ne apprezzano il valore affettivo e culturale. Si preoccupano degli spazi, sono infastiditi dalla polvere, inorridiscono per i minuscoli abitatori dei libri.
OLIVIERO DILIBERTO
Prendeva un libro, ne sfogliava le pagine, ne tastava la carta, ne esaminava le dorature, la copertina, le lettere, linchiostro, le pieghe e la disposizione dei disegni attorno alla parola finis; poi lo cambiava di posto, lo metteva su un ripiano più alto e restava per ore intere a gustarne il titolo e la forma.
GUSTAVE FLAUBERT
Alle infinite angosce variamente distribuite tra i mortali il bibliomane ne
unisce una tutta sua, che non è affatto accessoria, perché cresce sul lungo periodo e
relega in secondo piano ogni altra. La bibliomania è una vera e propria sindrome
maniacale, che riversa su un settore specifico la spinta allaccumulo tipica della
società capitalistica (ma non solo). Si capitalizza un sapere, si mette da parte per i
tempi venturi, quasi che quelle pareti grondanti pagine possano racchiuderti entro
verità, ovattarti la vita, creare una camera stagna contro langoscia del nulla che
preme dallesterno.
Ti fasci di libri per isolarti e per avere concrete certezze. Hai limpressione di vincere il tempo e lo spazio: ciò che di bello e di importante è stato pensato, detto e scritto in ogni tempo e in ogni luogo lo hai lì, a tua disposizione, ti dà sicurezza, ti conforta, non fosse altro perché puoi appurare che quello che pensi e che credi è stato anticipato ed è condiviso da altri, e altri lo condivideranno proprio attraverso quei libri. Insomma, non sei solo.
E tuttavia,
tuttavia qualcosa che ti angoscia in quegli stessi libri cè. Cè il fatto che
non potrai portarteli dietro per sempre, e che sono una parte di te che vorresti
continuasse a vivere, anzi, sono la parte più importante di te. La tua biblioteca ha
raccolto tutti i tuoi pensieri e desideri e speranze e felicità, è diventata un organo
vitale: ed è lunico organo che vorresti davvero fosse espiantato e trapiantato in
qualcuno, e continuasse a vivere. Ma è un organo particolare, che non può andare a
chiunque. Vorresti poter scegliere il beneficiario, assicurare a
quellorgano la possibilità di funzionare a dovere.
Non è facile. Perché da un lato i destinatari potrebbero sembrare tanti, ma dallaltro nessuno corrisponde perfettamente alle aspettative. E poi, i libri si sono affezionati a quella parete, su quegli scaffali hanno vissuto gli uni accanto agli altri. Non possono essere separati e non possono essere portati via di lì. Non vi è nulla che induca malinconia come una biblioteca smembrata. Lidea di una vita trascorsa a mettere assieme quel senso, e quel senso che se ne va a pezzi. Il senso era nei titoli, e nellaccostamento dei titoli, e nella collocazione in certi punti particolari dello scaffale, in un criterio di maggiore o minore evidenza.
Sparpagliare quei titoli, dividerli, significa gettare al vento le polveri. Tanto vale, allora, iniziare a bruciare libro per libro, come fa Pepe Carvalho, e aspirarne il fumo e il calore. Forse quella pratica, che sulle prime mi aveva scandalizzato, non è poi così bizzarra. È già novembre. Devo rimettere in funzione il caminetto.
PAOLO REPETTO