La storia "ufficiale" dellItalia inizia
con un viaggio, quello di Enea; o meglio, con la sua narrazione. Un popolo con simili
origini e con tremila chilometri di coste non può che essere un popolo di viaggiatori. E
in effetti lo è stato; ma non è stato un popolo di narratori di viaggi. In verità sino
a tutto il medioevo una consuetudine letteraria col viaggio ha resistito, tanto da
esprimere narratori di viaggi reali del calibro di Marco Polo e narratori di viaggi
immaginari del livello di Dante: ma è venuta meno nelletà moderna, e questa
assenza perdura anche in quella contemporanea.
Lo spartiacque
potrebbe essere individuato nel Rinascimento, proprio nel momento in cui esplodono altrove
le spinte al viaggio di esplorazione e la necessità di darne conto, ed esemplificato in
uno dei massimi letterati del periodo, forse il più grande: Ludovico Ariosto. Ariosto fa
rimbalzare i suoi cavalieri da un continente allaltro, da una sponda allaltra
del Mediterraneo, e arriva a spedirli addirittura sulla luna: ma non fa alcun cenno alla
scoperta di un mondo nuovo, che pure è un dato ormai acquisito al momento della stesura
dellOrlando. I suoi eroi si muovono a piedi, a cavallo, magari in coppia, su nave o
su ippogrifo: ma non viaggiano, semplicemente si spostano da uno scenario allaltro,
cambiano teatro. Non cè curiosità, non cè stupore, non cè gioia nei
loro spostamenti: sono sempre troppo impegnati nella fuga, nellinseguimento, nella
caccia a qualcuno o a qualcosa per potersi guardare attorno. Daltronde, il loro
burattinaio è esplicito: E più mi piace di posar le poltre / membra, che di vantarle
che alli Sciti / sien state, agli Indi, a li Etiopi,
et oltre.
/ [
] /Chi vuole andare a torno, a torno vada / vegga Inghelterra, Ongheria, Francia
e Spagna; / a me piace abitar la mia contrada. / [
] / .. il resto de la terra /
senza mai pagar loste andrò cercando / con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in
guerra; / e tutto il mar, senza far voti quando / lampeggi il ciel, sicuro in su le carte
/ verrò, più che sui legni, volteggiando. Le carte, la carta, sulla carta: sembra il
manifesto dintenti di tutta le letteratura italiana moderna, compreso il più
prolifico narratore di viaggi degli ultimi due secoli, Emilio Salgari. Il mondo, piuttosto
che girarlo, è meglio inventarlo.
Non è che dal Rinascimento in poi gli italiani rinuncino a viaggiare. Nel Seicento li troviamo ancora dappertutto, un po meno nel secolo successivo, in qualità di mercanti, di missionari, di ambasciatori o di avventurieri: E lasciano anche testimonianza scritta del loro viaggiare, soprattutto i Gesuiti. Ma non aspirano a fare della letteratura di viaggio, o meglio, non considerano il racconto di viaggio un genere letterario. Proprio questa mi sembra una delle ragioni principali dellassenza che lamentavo prima. Nessunaltra letteratura rimane vincolata a lungo ai canoni, alle tipologie, alle appartenenze di genere, come quella italiana. E in questi schemi, in questa élite di modelli contenutistici e formali il racconto di viaggio non rientra.
Un altro fattore frenante è costituito dallo spirito controriformistico. La diffidenza nei confronti di ogni diversità, il timore per gli effetti destabilizzanti dellincontro con altre culture, la fobia per il disordine e limpossibilità di controllo rendono sospetto il viaggiatore e pericolosa a priori la narrazione del viaggio. Non a caso, fuori dItalia la letteratura di viaggio, realistica o fantastica che sia, è quasi sempre appannaggio della cultura libertina.
Contribuiscono poi in modo determinante a mortificare lattitudine al
viaggio e a svalutarne la trasposizione letteraria la debolezza politica della penisola,
per lassenza di uno stato moderno e per la soggezione a potenze straniere, e
conseguentemente la recessione economica, la perdita dellegemonia mercantile nel
Mediterraneo e la mancanza di ogni intrapresa coloniale. Non ci sono poteri capaci di
trarre vantaggio dalle relazioni dei viaggiatori, istituzioni che li stimolino e li
finanzino, e che quindi ne valorizzino anche il ruolo e lo status letterario. Continuano a
viaggiare, e a raccontare i propri viaggi, solo gli avventurieri e i missionari, mentre i
letterati si rinchiudono nelle loro Arcadie. Poco alla volta diverranno essi stessi,
mummificati dalla cieca supponenza di chi non può guardare che al passato, meta dei
viaggi altrui; e il paese con loro. È in fondo una diversità quella che gli inglesi, i
francesi, i tedeschi vengono a cercare nella penisola; ai loro occhi riescono esotici
tanto larretratezza civile, il ritardo nei costumi e nelle tecniche, quanto la
natura non domesticata e il contrasto con le vestigia della classicità e degli splendori
medioevali e rinascimentali. Da maestri di civiltà gli italiani sono declassati a
barbari, magari pittoreschi e affascinanti, ma oggetto di distaccato stupore anziché di
ammirata emulazione. E dal momento che il viaggio per eccellenza è quello in Italia, gli
italiani, e nella fattispecie i letterati, sentono giustificata la loro immobilità.
Così, mentre da Montaigne in poi, passando per Montesquieu, per Chateaubriand, per
Stendhal, per Tocqueville, fino a Loti ed oltre, filosofi e romanzieri francesi, i primi
soprattutto, vanno in cerca dello stato o delluomo ideale: mentre da Ruskin a
Stevenson, da Dickens a Kipling, fino a Vita Sackville West e ad Auden, gli inglesi girano
a cercare o a perdere unidentità; mentre i tedeschi, da Goethe a Hesse, sono in
traccia dellIdea o della spiritualità, e gli americani cominciano da Mark Twain a
invertire la direzione degli approdi; mentre tutti si muovono per confrontarsi con
qualcosa, non fosse altro per ricondurre snobisticamente il poco noto al banale, gli
italiani snobbano direttamente il viaggio. Quando accade loro di muoversi non lo fanno per
scelta, ma per necessità, per fuggire o perché sono stati sbattuti fuori. Viaggiano col
timbro dellesule, e tendono costantemente le palme ai tetti natii. Mentre Byron
sceglie di andare a morire a Missolungi, Santorre di Santarosa avrebbe preferito
invecchiare a Torino. Di conseguenza la nostra letteratura non contempla il viaggio come
tema, mentre è tutta intrisa di lacrime da distacco e di nostalgia da lontananza.
Un esempio per tutti. Nel 1827 vengono editate due opere fondamentali per la
cultura europea, una in Germania, laltra in Italia: libri destinati a formare intere
generazioni del ceto culturale dei due paesi, dal momento che vengono adottati molto
presto come testi obbligatori di studio. Il primo è il Reisebilder di Heine, inno
al viaggio, allo sradicamento, al cosmopolitismo del viandante. Laltro è I
promessi sposi: vale a dire la poesia del focolare domestico, del paesello,
delladdio monti. Ogni spostamento dei protagonisti è forzato, inevitabilmente
destinato ad aggravarne la situazione. Tenendo conto del manzonianesimo imperante nella
nostra scuola sino a due decenni fa, non può destare meraviglia la scarsa propensione
della classe intellettuale italiana al viaggio, e al resoconto o al racconto di viaggio
(che viene per lappunto lasciato ai manovali, ai Salgari, mentre altrove passa per
le penne più prestigiose).
Di questa sindrome la letteratura italiana non si è liberata neppure nel ventesimo secolo. Nove milioni di poveracci hanno attraversato lAtlantico tra fine Ottocento e il primo quarto del Novecento, e non cè una sola opera narrativa o descrittiva di un qualche rilievo che racconti questo esodo. Si è dovuto attendere lultimo decennio per assistere ad una vera e propria esplosione del genere: ma il fenomeno non è affatto genuino, è un frutto di importazione, una moda di risulta veicolata dai successi di alcuni viaggiatori-scrittori anglosassoni, primo tra tutti Chatwin. Gli scrittori italiani si scoprono oggi viaggiatori, e millantano addirittura una vocazione e una tradizione autoctona, andando a riesumare onesti quanto modesti compilatori sepolti da decenni nelloblio. Ma non cè storia. La verità è che il viaggio è entrato nella letteratura italiana solo dopo che la letteratura italiana ha cessato di esistere, e ha lasciato il posto ad una letteratura in lingua italiana, semplice traduzione alla fonte dei nuovi standard letterari della globalizzazione.
PAOLO REPETTO