VALORI E PLUSVALORE
Cè da chiedersi, a margine della lettura
dellarticolo di Schepis, se sia ancora lecito oggi usare il termine "borghesia",
e soprattutto laggettivo che ne deriva, "borghese". Probabilmente
nel lessico storico-politico-sociale di questo secolo nessun altro lemma ricorre con
altrettanta frequenza, e in contesti e accezioni altrettanto svariati. La qualificazione
di "borghese" si è infatti allargata ad includere, prevalentemente in negativo,
tali e tanti significati da perdere qualsiasi valenza connotativa: Questa neutralizzazione
non è connessa soltanto allabuso: la perdita di pregnanza di un aggettivo derivato
corrisponde in genere o ad una effettiva obsolescenza o ad una perdita di contorno del
sostantivo da cui deriva. Si usa quindi a sproposito lappellativo
"borghese" perché non si ha idea di cosa sia, e se esista, la borghesia.
Noi di "SOTTOTIRO" abbiamo la convinzione che i due termini non siano affatto
obsoleti e che semplicemente vada fatto un po dordine nel loro utilizzo, o
almeno vada definita laccezione nella quale li utilizziamo. Ci proviamo, in forma
necessariamente spicciola e schematica, magari rimandando ad una prossima occasione
lapprofondimento.
Il termine borghesia è stato utilizzato tradizionalmente per esprimere:
Una categoria culturale (lo spirito borghese)
Per quanto ci concerne, noi diamo ai termini borghesia e borghese i seguenti significati:
Per quanto possa sembrare paradossale (dal momento che proprio al trionfo dello spirito borghese viene in genere associato il primato dell'etica rispetto alla morale), la borghesia non è stata in grado di produrre né un'etica ( sistema di valori) né um'etichetta (stili di comportamento). L'etica, i valori, lo stile privato di vita, si sviluppano in società stabili. Costituiscono l'ossatura ideologica delle forme di potere ( e di produzione ). Dalla loro volgarizzazione e dalla loro reificazione discende l'etichetta, lo stile di vita pubblico, che a sua volta abbisogna di tempi lunghi per affermarsi. La borghesia non ha prodotto nulla di simile. O meglio, lo ha fatto, almeno nella fase di attacco, quando attraverso l'illuminismo ha elaborato il sistema del diritto borghese (fondato sulle libertà individuali - ivi comprese quelle alla proprietà, al commercio e all'imprenditoria ) e il quadro delle istituzioni che esso regolamentano e che su esso si reggono (lo stato), ha creato un nuovo contesto politico e culturale di riferimento (la nazione) e prodotto strumenti extra-istituzionali di salvaguardia e di pressione (l'opinione pubblica), ed ha infine affidato al lavoro-dovere, al lavoro-realizzazione e alle realizzazioni - tecnologiche e capitalistiche - del lavoro il riscatto (attraverso l'idea di progresso) della perdita di senso dell'esistenza individuale e collettiva - della vita e della storia. Ma questi valori - libertà, nazione, stato, lavoro, progresso - che possono apparire quanto mai "forti", si sono prestati da sempre non tanto all'abuso, che è una deriva, una negazione, e lascia comunque integra la sostanza del concetto, quanto ad interpretazioni ambigue e contraddittorie, e pur tutte legittimate da una intrinseca debolezza e duttilità, dal relativismo scaturente dal loro carattere convenzionale: così da poter essere piegati di volta in volta a rispondere alle trasformazioni indotte dal modo di produzione capitalistico. In questo senso parliamo di idealità o valori relativistici, e in questo senso va interpretato lo stato endemico di "crisi" - e la presenza costante di meditate e consapevoli posizioni di rifiuto - nel quale si è consumata o si consuma la loro affermazione.
Sia "borghesia" che "borghese" conservano una valenza connotativa di classe anche nella nostra epoca, pur nella consapevolezza che i termini del conflitto sociale si sono decisamente modificati nellultimo mezzo secolo, e che sarebbe forse più corretto parlare di "mondo borghese occidentale" versus "terzo mondo proletario". È vero che tutti noi occidentali partecipiamo, sia pure in diversa misura, di un benessere materiale diffuso e consentito proprio dallo sfruttamento e dal mantenimento sotto la soglia della miseria del resto dellumanità: ma è anche vero che oltre alla diversità nella misura di questa partecipazione esiste ancora la possibilità di comportamenti e atteggiamenti sociali non assimilabili alla "borghesizzazione" a tappeto delle aspettative e dei bisogni. Non stiamo parlando, evidentemente, dei fenomeni di autoemarginazione, o delle scelte pseudo-alternative di soggetti ipergarantiti, ma semplicemente della possibilità di non farsi omologare ai parametri esistenziali della spettacolarità e del consumo. E abbiamo la presunzione di credere che le finalità e le modalità di realizzazione e circolazione di questa rivista ne siano una prova.
PAOLO REPETTO