SE IL SOGNO MUORE
..... che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del
sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal
carattere di questultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza
sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la
vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra
delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da
terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla
rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all'integralismo ecologista,
dall'impegno all'arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di
sogno, siamo alla più desolante delle parodie.
La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l'alba senza dimenticare nulla
delle emozioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla
luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di
conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.
Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che
fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch'esso, e
amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in
serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.
A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La
clonazione industriale dogni fantasia e dogni speranza non poteva risparmiare
ciò che del sogno è lievito e quintessenza: levasione, la fuga e, per estensione,
il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, allaccezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già
commercializzata da una miriade di depliants in
forma di riviste, ma al viaggio come scelta dautocoscienza e di libertà. Sullonda
del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di travellers
books, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e
del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica.
Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono
ormai di casa nelle ex-terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla
letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai Viandanti delle Nebbie
a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra
più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o
dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro
casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o
a cavallo, e lItalia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con
la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di
Goethe (per i più sedentari), in viaggio per lOxiana o nello Yemen (per i
cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai
programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.
Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva lAriosto,
sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere
significa contrastare metro per metro, riga per riga, lusurpazione delle idee, loccupazione
pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere
di viaggi e sogni e utopie: perchè con le stesse parole si possono dire cose diverse.
PAOLO REPETTO