
MISOGINIA?
Sono convinto che luomo che accetta il giogo del
matrimonio sia un pazzo e direi persino un peccatore. Un pazzo perché rinuncia alla
propria libertà, senza trarne una corrispondente compensazione. Un peccatore, perché
mette al mondo dei fanciulli senza poter assicurare loro la certezza che saranno felici.
Io disprezzo lumanità in tutte le sue categorie o classi sociali: prevedo che i
nostri successori saranno ancora più disgraziati di noi. Non sarei veramente un criminale
se, a dispetto di questa opinione sulla nostra discendenza, non mi preoccupassi per quei
poveracci?
ALEXANDER VON HUMBOLDT
Se
ne discute con Gianni, mentre con calma affrontiamo le prime pendici del Tobbio. Laria
è tiepida, il silenzio incanta la vallata, non è giorno da salita agonistica. Il passo
si ritma sui pensieri e sulle parole, ne sottolinea le pause e le improvvise
accelerazioni. Il tema è lo stesso che ritorna, con sospetta insistenza, negli ultimi
nostri incontri, a testimonianza del disagio che entrambi stiamo vivendo. Si parla delle
donne e dellamicizia, della possibilità o meno di far convivere le due cose, e di
come e quanto influisca la presenza femminile sulle modalità della socializzazione. Limpressione
comune di partenza è che sodalizi esclusivamente maschili riescano più costruttivi, e
inducano a rapportarsi a livelli più alti, rispetto a quelli misti. È una constatazione
che nasce dallesperienza di periodiche sedute conviviali. Ci siamo resi conto che
ogniqualvolta sono state aperte alla presenza femminile il discorso non ha decollato, o ha
volato comunque basso. Potendo tranquillamente escludere che ciò sia dipeso dalla qualità
della presenza stessa, è da ritenere che abbiano avuto una funzione inibitoria nei
confronti di tutto il gruppo i legami affettivi esistenti tra alcuni dei suoi componenti:
ma probabilmente cè qualcosa di più, qualcosa che non ha a che vedere con la
contingenza specifica delle relazioni. Ed è infatti su questa tesi che conveniamo.
Lipotesi è che esista un livello di solidarietà e di sintonia attingibile solo in
sistemi relazionali unisessuali: e che ciò accada perché allinterno di tali
sistemi ciascuno dei soggetti risulta più libero. Nessuno infatti, in una situazione
almeno teoricamente paritaria, è indotto a farsi carico di un supplemento di
responsabilizzazione, come invece automaticamente accade quando il rapporto coinvolge
persone dellaltro sesso (e questo vale sia quando esista un coinvolgimento affettivo
vero e proprio, sia a livello di semplice amicizia intersessuale). Sappiamo benissimo che
si tratta di una generalizzazione, e che spesso la dinamica del rapporto si inverte.
Sappiamo anche che questo atteggiamento nasce da un equivoco di fondo, da una presunzione
di superiorità maschile e dal conseguente ruolo protettivo del quale il maschio si sente
investito. Sappiamo tutto. Sta di fatto, però, che questo retaggio storico, a dispetto di
ogni liberazione ed emancipazione, è divenuto un dato psicologico consolidato: e lo è,
checché se ne dica, per entrambe le parti. Inoltre è abbastanza naturale che in
situazioni di sodalizio intersessuale si creino complicazioni, intrecci, vincoli binari.
Se la sintonia con un sodale di sesso opposto è perfetta, questa percezione si traduce
prima o poi in un sentimento affettivo, che pur non sfociando necessariamente in un legame
innesca la stessa dinamica. Diciamo dunque che in un sistema unisessuale ciascuno è più
libero perchè deve pensare solo a sè, e che ciò, paradossalmente, invece di creare
sistemi difensivi, quali insorgono a salvaguardia dei rapporti di coppia, e tradursi in
esasperato egoismo, ingenera una forma superiore di altruismo.
Sono considerazioni banali, ma sono anche le uniche che ci consentono di spiegare da un
lato la nostra sensazione di partenza, dallaltro la tendenza ricorrente, che non
possiamo fare a meno di riscontrare, soprattutto ai livelli culturali alti, alla
costituzione di sodalizi ad orientamento decisamente misogino o alla scelta di legami
intellettuali che potremmo definire omofili. Queste scelte possono nascere da
situazioni obbligate (la difficoltà e la pericolosità implicite in una particolare
esperienza, ad esempio le esplorazioni, le azioni militari, ecc...), ma più
frequentemente rispondono al bisogno di una sintonia che è avvertita possibile solo là
dove sono chiaramente definiti i reciproci spazi di libertà. È possibile anche che
questi sodalizi assumano, in determinati casi, una connotazione omosessuale; ma ciò non
invalida la verità dellassunto. Infatti in situazioni del genere lautomatismo
della responsabilizzazione aggiuntiva si pone in termini diversi, e quando ciò non
accada, quando prevalga cioè la componente omosessuale su quella omofila, si ricade nellambito
della relazione intersessuale.
A questo punto (e
abbiamo ormai guadagnato lultimo bastione della direttissima, salito il quale saremo
in vista del rifugio) ci sembra opportuno definire meglio lidea di spazio di
libertà che abbiamo posto come discrimine tra le due situazioni. A me viene in
mente che il modo stesso della nostra ascensione ne costituisce un esempio concreto. Siamo
saliti ciascuno col proprio passo, senza preoccuparci dellaltro, e stiamo arrivando
in vetta assieme. Gianni ritiene che sia troppo semplificatorio, e che se lascensione
avesse comportato altri gradi di difficoltà, se per esempio avessimo dovuto arrampicare
in cordata, avremmo neces-sariamente sincronizzato i ritmi. Piuttosto, aggiunge, proprio
da questultimo esempio si può trarre unindicazione più consistente: in tal
caso, infatti, la libertà di ciascuno sarebbe quella di esigere dallaltro un
determinato comportamento, lassunzione di eguali responsabilità. Il che, tradotto
nelle situazioni da cui aveva preso lavvio il discorso, significa potersi porre su
un piano di eguaglianza che non è riducibile a quella dei diritti, sacrosanta, o delle
potenzialità, discutibile o quantomeno ambigua, ma investe le modalità del sentire, lottica
con la quale si guarda al mondo e al significato della vita. La libertà insomma di
parlare la propria lingua e scegliere come interlocutori solo coloro che la capiscono,
senza il bisogno di quella traduzione al femminile che, a dispetto di tutta la buona
volontà da una parte e dallaltra, finisce comunque per stravolgere o impoverire il
significato originario.
E siamo in vetta. Termina la salita, si esaurisce anche il discorso. Di qui si può
guardare ora solo in giro, o in basso. Ci accorgiamo, e ce lo diciamo lun laltro,
contemporaneamente, che una presenza femminile, ora, non ci peserebbe poi più di tanto.
PAOLO REPETTO