IL PAESE DI LÀ
Tutte le nostre attività sono legate allidea del viaggio. E
a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci dà ordini
per il cammino, e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. Luomo ha
scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione dun colpo,
manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in unascesa
immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino,
con lhashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti
in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si
cammina.
I viaggi reali sono più efficaci, economici e istruttivi di quelli fittizi. Dovremmo
seguire i passi di Esiodo su per il monte Elicona, e udire le Muse. Se ascoltiamo
attentamente appariranno di certo. Dovremmo seguire i saggi taoisti, Han Shan che nella
sua piccola capanna sulla Montagna Fredda osserva il passare delle stagioni, o il grande
Li Po - mi hai chiesto per quale ragione abito nelle colline grigie: ho sorriso ma
non ho risposto, perché i miei pensieri bighellonavano per conto loro; come i fiori del
pesco, erano andati a spasso in altri climi, in altre terre che non fanno parte del mondo
degli uomini.
BRUCE CHATWIN
Ogni
utopia è un viaggio, e ogni viaggio è unutopia. Non ricordo chi lha
scritto (sempre che labbia davvero scritto qualcuno) e se fosse esattamente questo lordine
della formulazione. E in fondo ha poca importanza, perché comunque la si metta lequazione
nulla perde in icasticità e nulla guadagna in correttezza. Entrambe le espressioni che la
compongono sono infatti vere e condivisibili, ma la relazione che intercorre tra esse non
è unidentità. È questo ciò che il facile effetto retorico, lapparente
gioco di specchi creato dal chiasmo rischia
di mettere in ombra: la differenza sostanziale determinata dallinversione. La
specularità dei concetti espressi è solo apparente, e non comporta soltanto un
ribaltamento sullasse di simmetria, ma un vero e proprio rovesciamento prospettico,
con ladozione nel primo caso di una prospettiva esterna, nel secondo di
un punto di vista rivolto verso linteriorità.
In effetti la prima parte dellenunciato fa riferimento soprattutto ad una tradizione
letteraria, e ad unattitudine che potremmo definire illuministica. Da
Moro a Bacone e a Campanella, da Cyrano a
William Morris , ad Etienne Cabet o a Cajanov, le evasioni nel regno (o meglio, nella
repubblica) dellUtopia avvengono tutte col tramite del viaggio. In genere si tratta
di un viaggio travagliato, quasi sempre di una deviazione involontaria dalla rotta, con
approdo (o naufragio) ad unisola sconosciuta. Ci sono insomma tutti gli ingredienti
per sottolineare lisolamento della società utopica, la sua distanza
dallimperfetto mondo del lettore. E non
si viaggia solo per mari, ma anche nei cieli, soprattutto verso la luna, oppure allinterno
della terra; e non solo nello spazio, ma anche nel tempo, in avanti, ad inseguire il
perfezionamento ultimo, o a ritroso, a riscoprire linnocenza primigenia.. Ci si
muove fuggendo da qualcosa, ma soprattutto in direzione di qualcosaltro.
Proprio questo qualcosaltro, che è in fondo lidea di un paradiso terrestre,
di unetà delloro per tutta lumanità, di ununica vita che tutti
gli uomini vivono in pace e fratellanza, conferisce alla prima parte della frase una
connotazione illuministica. Tale idea può nascere infatti solo dal convincimento che
esistano verità eterne incise nel cuore di ogni uomo, e che la capacità di leggerle sia
andata perduta soltanto a causa della corruzione della civiltà, della catastrofica
rottura con la natura, e di uninterpretazione distorta e irrazionale della libertà.
Il viaggio verso lutopia si rivela dunque un percorso di conoscenza oggettiva, o
meglio di platonico ri-conoscimento, che conduce ad una verità eterna, immutabile, uguale
per tutti.
Limmagine ribaltata assume invece una ben diversa valenza. Perché se lutopia
contempla il tragitto verso qualcosa, il viaggio è invece spesso unutopia non
finalizzata. Il viaggio
è unattività
compiuta senza un motivo, se non quello di fuggire da un mondo dove tutte le cose sono
mezzo per raggiungere uno scopo. (J. Leed). Almeno
è tale il viaggio nellaccezione che a noi interessa, e che possiamo per convenzione
definire romantico. Per capirci,
diamo per scontato che non rientrino in
questa definizione i viaggi motivati da spinte pratiche (commercio, conquista, migrazione,
salute, volendo anche turismo), ideologiche (missione, esilio, ecc.) o scientifiche
(ricerca, esplorazione): o almeno, che
possano rientrarci solo per la finestra, quando cioè lo scopo, la meta ufficiale
finiscano in subordine rispetto alla necessità di fuggire.
Riletta in questo modo, la duplice equivalenza iniziale non appare più così scontata. Linversione
del segno comporta infatti che se da un lato il viaggio risulta condizione necessaria per
accedere alla tradizionale dimensione utopica, quella della liberazione collettiva, dallaltro
costituisce già condizione sufficiente per una liberazione individuale, intima.
Assumiamo dunque che si viaggi per sfuggire qualcosa, prima ancora che per trovare qualcosaltro.
In genere ci si vuole sottrarre a pressioni esterne (convenzioni sociali, ortodossia
religiosa, regimi politici) o a insoddisfazioni interiori (senso di vuoto, soffocamento,
delusioni di vario genere). Quel che si cerca è un mondo diverso, dove poter essere
diversi o scoprirci diversi. E presto ci si rende conto che la differenza non la fa il
punto di approdo, quanto piuttosto il movimento, il fatto stresso di viaggiare, di staccarsi dallhabitat consueto, di mettersi
in gioco senza le sicurezze, ma anche senza i vincoli che da questultimo ci vengono. È il motivo per il quale a cento chilometri da
casa, fuori del raggio delle conoscenze e dellimmagine pubblica che ci
è stata o che abbiamo imposta, ci esprimiamo, ci comportiamo diversamente, ci sentiamo
autorizzati a sciogliere freni e inibizioni. Al tempo stesso il confronto con ciò che non
è familiare, che appare a volte incomprensibile o minaccioso, stimola una coscienza di
sé tutta soggettiva e acuisce la percezione della propria singolarità e individualità.
Ci rivela che la nostra indole, le nostre aspirazioni, non rispondono a valori, princìpi,
mete morali o politiche oggettivamente dati, ma ad una libera quanto tragica possibilità
di autodeterminazione. La consapevolezza di sé nasce dallimbattersi in un
ostacolo. La pressione esercitata su di me da ciò che mi è esterno, e lo sforzo di
resistere a questa pressione, mi fanno capire
che io sono ciò che io sono, mi rendono consapevole dei miei scopi, della mia natura,
della mia essenza, in quanto contrapposti a tutto ciò che non è mio. (J. Fichte)
Il viaggio così inteso tende dunque anchesso alla reificazione di unutopia,
perché ci si muove sempre nella speranza di trovare il clima, latmosfera, la gente,
il paese ideale: ma è anche, nei casi di più lucida consapevolezza, quando la tensione
della fuga non si stempera nellavventura esotica, la miglior forma di
interpretazione dellutopismo. Perché implica la coscienza che non si troverà quel
che si cerca, che comunque occorra andare sempre oltre. Nel paese di là, appunto.
PAOLO REPETTO