LA SERA CHE GIOCAI CONTRO LO ZAIRE
Il torneo era quello di Bosio. Non che fosse un gran torneo.
Otto squadre, premi scarsi: ma si trattava ormai di un appuntamento fisso, ci tenevamo.
Gli avversari erano alla nostra portata, li incontravamo tre o quattro volte a stagione,
al giro, negli altri tornei: ma quel che contava era che a Bosio cerano un sacco di
ragazze, e giocare, dicevamo, aiuta. Non quella volta, però.
Allepoca, fine anni 60, primissimi 70, giocavamo quasi tutte le sere, qualche volta
due partite nella stessa serata, per i cinque mesi estivi (allora lestate durava di
più). Evitavamo i tornei grossi, quelli con la lira in palio, dove non ci avrebbero fatto
toccar terra, per battere invece i campetti notturni a cinque, a sei o a sette, che erano
il vanto di ogni villaggio, frazione o cascinale del circondario (con leccezione,
guarda caso, del nostro paese). Per un raggio di venti chilometri eravamo iscritti dufficio
a tutte le manifestazioni calcistiche minori: non che fossimo bravi, ma garantivamo un
seguito di una decina tra fidanzate, fratelli minori e nonni. Non ricordo di aver mai
vinto un torneo. Le rarissime volte che si arrivava alla finale lo sponsor (il bar o lazienda
che pagava liscrizione e ci dava le maglie) decideva invariabilmente di rafforzare
la squadra e ingaggiava quelli forti, quattro o cinque ligeroni, sempre gli
stessi, che trascinavano una squallidissima carriera semiprofessionistica nei clubs di
quinta o sesta categoria, e che vivevano destate il loro momento doro. Quelli
forti perdevano regolarmente la finale, come avremmo fatto noi, ma
promettevano sfracelli per la prossima volta e portavano a casa qualche biglietto da
diecimila.
Ma torniamo a
Bosio. Quella volta, dicevo, le cose si erano messe male da subito. Per quel gioco dei
sorteggi che costituiva una specie di torneo a parte, quello delle facce di tolla, eravamo
capitati contro una squadra fuori del comune. Si trattava di sette negretti congolesi
(allora non si chiamava ancora Zaire), reclutati da un bar di Bosio (quindi giocavano in
casa) tra un centinaio di apprendisti tecnici ospiti di uno stage allItalsider. Del
calcio africano allepoca non si sapeva nulla, Weah doveva ancora nascere. Circolava
la leggenda che gli egiziani alle Olimpiadi avessero giocato scalzi. Si poteva pensare che
i nostri fossero un gruppo di pellegrini fatti su dagli organizzatori, per dare un tocco
di colore alla manifestazione, o al massimo una compagnia di buontemponi in
fuga dallafa novese. E tuttavia non eravamo affatto tranquilli. Per le nostre parti
era una novità assoluta, sette neri dAfrica tutti assieme non li avevamo visti mai,
e giocare a calcio, poi! Io, di mio, ci aggiungevo un certo disagio da convinto
terzomondista. Gli africani li avevo conosciuti alluniversità, con qualcuno ero in
rapporti politici, si parlava di lotte di liberazione e di opposizione allimperialismo.
Non li avevo mai immaginati contro. Mi preoccupava leventualità magari
di ridicolizzarli, mi disturbava lidea di farmi complice dello spettacolo che era
stato organizzato alle loro spalle. Ma avevo anche unaltra preoccupazione: uno con
le mie capacità tecniche, tendenti allo zero, aveva un senso in campo solo se poteva
esprimersi sul piano del puro agonismo, martellado senza pietà il diretto avversario e
ignorando in pratica la palla (della quale daltro canto non avrei saputo che fare).
Era lo spirito per il quale ero considerato importante contro il Bosio, necessario contro
Parodi o Tramontana, addirittura indispensabile contro Mornese: ma con questi, proprio non
era il caso. Mi trovavo orfano del mio ruolo, a chiedermi che figura avrei fatto.
Cominciamo a giocare: un pubblico mai visto, che copre per intero la scarpata incombente
sul campetto. Cori, trombe e campanacci, novesi e bosiesi tutti a tifare per i negretti, a
darci la baia ogni volta che tocchiamo palla. Noi giochiamo in punta di piedi, si vede
subito che non è serata; siamo impacciati, sbagliamo gli scambi, non contrastiamo. Quelli
filano come razzi, magari in tre sulla palla, ma sgusciano da tutte le parti, sembrano
quattordici. Dopo dieci minuti siamo già sotto di un goal: un urlo dalla scarpata, la
folla sembra debba rovinarci addosso. Pareggiamo quasi subito, ma una papera del portiere
ci porta nuovamente sotto. Un frastuono assordante, due, trecento persone che ci fiatano
sul collo, ci impediscono di capire e di ragionare. E arriva la terza rete. Siamo in
bambola. Il fatto è che i neri sono due volte più veloci di noi, scattano via, magari
inciampano sulla palla, la perdono per strada e tornano indietro a riprenderla, e noi
quasi fermi, con le gambe di legno. Ma, ed è questa la vera sorpresa, soprattutto
picchiano. Non si direbbe lo facciano con cattiveria, sembra venir loro così naturale:
entrano e ti portano via il piede, il ginocchio, la gamba, e magari anche il pallone. E
noi storditi e nervosi, con quel buuh della folla che in altre occasioni ci avrebbe
iniettato unendovena di cattiveria, e stasera invece ci manda del tutto fuori giri.
Poi, il risveglio.
Il primo a scuotersi è, manco a dirlo, mio fratello, che si trova a recitare a parti
rovesciate. Lo vedo stoppare la palla e immediatamente dopo rovinare per terra,
allegramente falciato da un nero che la fila col pallone, esibendo un sorriso a
sessantaquattro denti. Vedo mister Hyde che si fa strada, senza bisogno di pozioni
misteriose: non gli cresce il pelo, ma quello che ha gli si rizza. Lo sento sibilare:
Cristo, Drake (mi ha sempre chiamato così), questi menano. Ho già avuto un paio doccasioni
per constatarlo di persona, ma ne ho rifiutato le conseguenze. Ora sento che non posso
più rimandare. Non ce lho con i congolesi, mi dico, ma con quei mentecatti che
dalla scarpata applaudono e urlano ad ogni scontro, ci irridono per ogni calcio preso e
per ogni palla persa, istigano i nostri avversari a triturarci: e tuttavia qui sul campo
ho davanti i neri, posso rivalermi solo su di loro. Vedo il sorriso in cinemascope che
schiva dun pelo unentrata omicida di mio fratello, schizza verso di me, si
allunga la palla, arriva con un attimo di ritardo, quando lho già spedita via, mi
becca in pieno la caviglia: un attimo dopo vola, più stupito che offeso, a stamparsi
sulla rete di recinzione. I denti e il bianco degli occhi sgranati brillano contro il buio
di bordo campo. Folla in piedi, con movimento a scendere, arbitro che mi si para davanti:
ammonito. È linizio della fine. I nostri avversari ripassano, nei due minuti che
seguono, la storia dei loro rapporti con lOccidente. Il pallone diventa per loro
kriptonite: come lo toccano, volano per aria. È che non può durare. La parte alta della
scarpata è ormai deserta, ad ogni fallo sparisce un metro di campo, sotto il dilagare del
pubblico. Sappiamo che finirà male, ma siamo ornai pervasi da uno spirito maligno. Con la
partita ormai persa, cerchiamo il riscatto nella rissa. Cè solo da scegliere.
Scelgo io. Un idiota mi apostrofa, mentre gli passo ad un metro, razzista.
Basterebbe molto meno, ma razzista è proprio lappellativo che mi ci
voleva. Non so se becco lui o un altro, nemmeno mi importa: ormai li vedo tutti uguali,
adulti e ragazzini, donne e uomini, una mandria di scemi che urlano. Cosa sia accaduto
dopo, francamente, non lo ricordo. So per certo che non ci fu il massacro che ci si poteva
attendere. Tornammo a casa tutti con le nostre gambe, magari ammaccate dai calcioni dei
congolesi, ma senza altri danni. Lepica successiva parla di scontri tra i nostri
supporters e gli indigeni, di gesta daudacia che lasciarono sgomento il nemico.
Forse furono invece proprio gli avversari a salvarci, o forse la rabbia e la tensione
avevano ingigantito ai nostri occhi il pericolo e la protervia della folla. Sta di fatto
che per noi il torneo finì li, che quella fu la nostra Corea, e che se mai ci fu una
lezione di antirazzismo, la ricevemmo quella sera. Perchè fu allora che capimmo che su un
campo da sette, sotto i riflettori, quando la polvere si impasta al sudore, tutti i
giocatori diventano grigi, da bianchi o neri che erano, e tirano calci allo stesso modo; e
che quando giochi non devi pretendere che lavversario si comporti come ti aspettavi,
ed essere deluso se non lo fa, ma devi adeguarti a lui. E che tutto il resto è ideologia.
PAOLO REPETTO