SUL FUTURO DELLE NOSTRE SCUOLEHo tra le mani lEmilio
di Rousseau. Mentre lo scorro non posso fare a meno di interrogarmi su che razza di uomo
fosse lautore. Mi chiedo comè possibile che il censore di ogni pedagogia
coercitiva, lilluminato precursore di ogni moderno sistema educativo, risulti
contemporaneamente il peggiore dei padri. Può la stessa persona che predica leducazione
naturale, che celebra la costruzione delluomo nuovo e della nuova società,
destinare poi i propri cinque figli agli orrori dei brefotrofi settecenteschi? Mi rispondo
che può, eccome; e non solo in virtù di una natura particolarmente contorta, ambigua e
opportunista. Può per una ragione più profonda, che vale per quasi tutti i grandi
riformatori. Per il fatto che è possibile non limitarsi a coltivare il sogno di una
società migliore, e pretendere invece di aver trovato la formula perfetta, e volerla
attuare, solo se si parte da un profondo disprezzo per lumanità in genere (e per
quella più prossima in particolare), se si percepisce questultima unicamente nei
termini della sintonia o della dissonanza col proprio progetto. Se si mette cioè lumanità
al servizio di unidea, non lidea al servizio dellumanità.
Chi ama gli uomini in fondo li accetta come sono, anche se non gli piace come si
comportano, come si relazionano tra di loro, e se tutto questo gli comporta un profondo
disagio, una sensazione di estraneità. Li accetta nel senso che prende atto dei loro (dei
propri) limiti, e con questi coabita, ma sceglie di vivere nella tensione dellutopia,
operando come se una rigenerazione etica e sociale fosse davvero possibile,
pur nella perfetta coscienza che non lo è, nè lo sarà mai. Chi ama gli uomini non è
quindi così determinato a cambiarli, come lo è invece il riformatore: sperimenta su se
stesso la sua riforma e ne paga con serenità il prezzo. È, letteralmente, un utopista.
Voler cambiare gli
uomini significa invece, per chi pretende che la realtà corrisponda ai propri sogni,
volerli disciplinare, assoggettare a parametri assoluti di comportamento e di valutazione.
Significa, anzitutto, scolarizzarli. Ogni grande progetto di palingenesi
sociale assegna un ruolo fondamentale alle istituzioni e ai modelli formativi. E Rousseau
interpreta perfettamente, con la sua pedagogia pseudo-libertaria, lesigenza di
rinnovamento indotta dalla modernità. Afferma di voler fare del giovane Emilio non un
cittadino, ma un uomo, stigmatizza i danni di una didattica coattiva e pedantesca e
caldeggia uneducazione che favorisca lo sviluppo spontaneo e libero dello spirito;
ma per giungere poi a questa conclusione: ...
non deve voler fare altro che quel che vogliamo che faccia: non deve muovere un passo
senza che noi labbiamo previsto: nè aprir bocca senza che noi sappiamo quel che
egli sarà per dire. Perfetto. In questo brano è già mirabilmente sintetizzato
tutto il senso, sono già racchiuse tutte le strategie e le finalità della pedagogia
contemporanea. Si afferma una nuova forma di autoritarismo, larvato, subdolo, imposto non
con la costrizione ma con il convincimento. È la scuola, leducazione come primo
stadio di un addomesticamento alle logiche e agli interessi del nuovo modo di produzione e
del sistema globale che attorno ad esso si sviluppa.
La scuola moderna, listituzione
scolastica così come noi oggi la conosciamo, nasce infatti nellambito di un più
vasto disegno di accentramento, di razionalizzazione e di controllo, che ha preso lavvio
nelletà dellassolutismo e che allepoca di Rousseau è già
perfettamente delineato. Tale disegno interessa tutte le funzioni sociali e le relative
istituzioni, da quelle sanitarie (creazione di ospedali, manicomi, ospizi e brefotrofi) a
quelle repressive (istituzione dei corpi di polizia e dei penitenziari), da quelle
militari (eserciti di leva) a quelle amministrative (creazione di un apparato burocratico
di funzionari dipendenti), da quelle culturali (fondazione di accademie) a quelle, per lappunto,
educative. La scuola moderna è quindi connessa alla rivoluzione borghese, alla
ridefinizione in termini centralistici del concetto di stato e alla sua nuova
configurazione istituzionale e funzionale, al processo di secolarizzazione dei saperi, al
passaggio da una economia di sopravvivenza ad un regime economico articolato e in via di
progressiva autonomizzazione.
Listruzione estesa, obbligatoria, normalizzata, resa cioè uguale per
tutti (attraverso i programmi comuni, ministeriali, imposti su tutto il
territorio nazionale) è finalizzata ad omogeneizzare tanto gli idiomi (con la definizione
di una normativa unificante delle strutture fonetiche, della ortodossia grafica - la grammatica - e dei sistemi relazionali tra le
parole - la sintassi -) quanto i linguaggi
(matematici, scientifici, ecc..., sulla scorta del processo di normalizzazione in atto
nelle scienze stesse: discorso sul metodo, tassonomia, catalogazione, adozione di unità
di misura universali, ecc...) e i contenuti (definizioni dei campi e delle discipline,
esclusione e marginalizzazione del non-scientifico, del non positivo, del non razionale,
storicizzazione del sapere - storia della filosofia, storia della letteratura, ecc...), e
quindi per ricaduta i gusti, e a tradurre in versione snaturata e sterilizzata tradizioni,
culture, saperi altri (il fatto stesso della trascrizione isola e devitalizza quanto
attiene a culture di trasmissione orale, e comunque fortemente contestualizzate in climi,
economie, condizioni materiali e spirituali specifiche, ecc...): in pratica prepara il
terreno di coltura per un dominio molto più morbido, meno visibile, ma anche molto più
capillare, totale.
Se i cittadini debbono
imparare a leggere è anzitutto perché la legge scritta, unica, valida su tutto il
territorio nazionale si sostituisce alla consuetudine particolaristica,
immutabile, trasmessa oralmente. La nuova normativa giuridica si evolve, cambia, è in
costante e progressiva trasformazione, e non può essere trasmessa oralmente e ritenuta
mnemonicamente. Si impara a leggere per essere edotti e informati delle trasformazioni, si
impara a scrivere per apporre la firma, legalizzare i propri impegni. Nei confronti di un
potere sempre più anonimo e lontano, così come in rapporti economici sempre più estesi,
non possono valere la stretta di mano, la parola, ecc..., garanzie valide solo nella
cerchia ristretta
della
conoscenza personale. La scuola svolge per secoli (nel nostro paese, per uno) questa
funzione di creazione del buon cittadino, rispettoso delle leggi, guidato e convinto dalle
buone letture (in vari modi, il sistema arriva a gestire o a controllare tutta o quasi leditoria).
Ogni passo nuovo va in direzione di questa normalizzazione. Alle scuole umanistiche si
affiancano quelle tecniche, non appena lesplosione dellindustria e levoluzione
degli armamenti creano la domanda di personale tecnicamente specializzato, indi quelle
commerciali, e via di seguito. Le scuole nascono su richiesta diretta del mercato, da
esigenze connesse al settore economico, a quello militare, a
quello amministrativo, ecc...; quelle primarie
sgrossano e rimodellano il materiale umano informe, selezionando i pezzi meglio riusciti
per i ruoli direttivi o tecnici. Il meccanismo è perfetto e agisce in sintonia, oltre che
con le esigenze produttivo-amministrative, anche con quelle del consumo, leducazione
al quale avviene sia attraverso la sollecitazione diretta (messaggi pubblicitari) sia
attraverso quella indiretta (creazione di un gusto, di indirizzi, mode
ecc...): e quindi si assiste ad un adeguamento costante dei programmi anche a questa
esigenza (è significativo lesempio dei problemi di matematica: il signor Rossi, che
un tempo cintava lorto, o comprava il pane e le acciughe, è passato poi a calcolare
i consumi della lavatrice o dellauto, e oggi deve tener conto dei fusi orari o dei
costi della scuola privata per i figli).
Però, qualcosa ancora non funziona. È il fatto che una cultura, una volta messa in moto,
per quanto controllata, indirizzata, sterilizzata, tende sempre e comunque a lievitare:
fornisce cioè quel tanto di attitudine critica che può indurre a rivoltarsi contro i
mezzi stessi della persuasione; oppure educa a parametri ai quali poi la realtà non
corrisponde, creando così frustrazione. È pur vero che anche le forme di rifiuto insite
nella cultura finiranno per essere fagocitate e riciclate dal sistema (vedi il caso dellarte,
il mercato delle avanguardie, ecc...), ma è anche vero che questultimo è costretto
ogni volta ad una rincorsa, ad un recupero, nelle more del quale per un certo periodo la
situazione sfugge parzialmente al controllo. E, comunque, è allarmante per il sistema il
fatto che a livello di fruitori possa esserci una non completa omologazione.
A tutto però cè rimedio. Quello ottimale è fornito oggi dalla simbiosi tra il
mezzo televisivo e linformatica. Il primo rende obsoleta la cultura scritta ai fini
della creazione di consenso e della veicolazione pubblicitaria. Non è più necessario
essere alfabetizzati per ricevere i messaggi del potere o del sistema di consumo. Il
coinvolgimento dellutente è totale (più sensi impegnati), lo sforzo che gli viene
richiesto è minimo (mente non impegnata). Già per la natura del suo agire il mezzo
televisivo ha per il sistema minori controindicazioni. Ottunde, banalizza linformazione,
rende tutto uguale, oltre ad omologare, omogeneizza. Necessita inoltre di apparati costosi
per la gestione e lemissione, quindi è meno soggetto a cadere in mani sbagliate:
e anche nel caso ciò avvenga non si crea in realtà alcun pericolo, perché la natura
stessa dello strumento provvede ad disinnescare ogni potenziale eversivo dellinformazione,
a neutralizzare questultima incanalandola su percorsi obbligati (la spettacolarità,
la superficialità, il consumo rapido). La televisione è onnivora, digerisce qualunque
cosa e la metabolizza in glucosio per il sistema. Il medium è il messaggio, scriveva
McLuhan: é un veicolo che trasporta solo merce (informazione) preselezionata. Tutto il
resto rimane fuori. Il pericolo di un uso distorto della televisione è
comunque azzerato dalla dovizie di anticorpi di cui il sistema (i grandi network) dispone,
sia sul piano tecnico (capillarità di diffusione e potenza di emissione), sia su quello
spettacolare (offerta più accattivante), con i quali può sconfiggere qualsiasi agente di
disturbo infiltrato.
Labitudine alla
mediazione televisiva comporta alla lunga che solo ciò che passa sul teleschermo, che
viene inquadrato dal monitor sia legittimato ad essere, a valere, e di
conseguenza che la trasmissione della cultura sia progressivamente sottratta
alla istituzioni educative per antonomasia, la scuola e la famiglia, per essere demandata
alla pedagogia globale della televisione. Lunificazione dei contenuti viene
garantita in primo luogo dalla semplificazione del controllo sugli strumenti. Le variabili
che bene o male continuavano ad essere rappresentate dallelemento umano della
mediazione, insegnanti e genitori, sono ridotte o neutralizzate. I fattori
incontrollabili, i virus delle scelte e delle suggestioni personali, lemotività
stessa implicata dal rapporto docente-discente, vengono bonificati. Menti educate ad una
assimilazione acritica, imbevute della priorità dellapparenza sulla sostanza,
assuefatte alla velocità e alla superficialità dellimmagine, e non ai tempi e alla
profondità della riflessione, possono essere pascolate in greggi sempre più numerose e
incanalate lungo il medesimo tratturo.
In questottica possiamo dunque leggere, ad esempio, i recente accordi tra la
Pubblica Istruzione e la RAI, che contemplano la diffusione di trasmissioni e la
produzione di videocassette mirate alle scuole. Il fatto che le prime vengano messe in
onda in concomitanza con lorario scolastico è meno incongruente di quanto possa
sembrare. È probabile infatti che si intenda indurre unabitudine al ricorso agli
audiovisivi, caldamente raccomandato in tutti i nuovi indirizzi programmatici, cominciando
magari con unora di teledidattica nellambito delle lezioni, e integrando poi
con lutilizzo delle lezioni preconfezionate in cassetta. Col tempo ciò consentirà
di relegare linsegnante ad un ruolo di tecnico, di operatore culturale
nel senso stretto di colui che accompagna i discenti nella sala multimediale e sceglie per
il momento le immagini da proporre. Per il momento, perché in un futuro meno prossimo (ma
nemmeno troppo remoto) la manovra di imbonimento e di controllo potrà essere perfezionata
coniugando il supporto televisivo con quello informatico. Al computer spetta infatti il
tocco finale: trasformare lo spettatore passivo in discente disarmato ma reattivo,
portarlo dallaccettazione al consenso, integrarlo nel nuovo modello tele-pedagogico
offrendogli lillusione di interagire col monitor, di scegliere, di esprimere se
stesso giocando, disegnando, calcolando, scrivendo, navigando in Internet, di essere
autore e protagonista. Lutilizzo del computer educa in realtà alladozione di
parametri logico-operativi standardizzati, ad una formulazione schematica ed essenziale,
informativa e non comunicativa, e comunque resa impersonale, sterilizzata dal passaggio
attraverso i filtri dello strumento. Il fatto stesso di non fare più riferimento ad uno
specifico interlocutore, ma ad una galassia sterminata di potenziali ed anonimi utenti, ad
una nebulosa nella quale infinite voci si confondono, modifica radicalmente oltre le
modalità di codificazione anche quelle dellelaborazione concettuale e, più a
monte, irregimenta le motivazioni e lobotomizza ogni capacità di scelta.
Proviamo dunque ad ipotizzare il probabile futuro scenario del nostro sistema educativo.
Un primo grande risparmio, di tempo e di energie, e un significativo incremento del
controllo si otterrà con ladozione di un orario scolastico uguale per tutti gli
istituti, direttamente e capillarmente gestito dal ministero (al più possiamo immaginarlo
differenziato per le tre aree, corrispondenti ai canali della televisione pubblica: primo
per i licei, secondo per i tecnici, terzo per i professionali, o viceversa), che quindi
potrà trasmettere in simultanea le stesse lezioni per tutte le scuole. Col passo
successivo sarà eliminata la sala multimediale, e tutti potranno dialogare con il centro
unico di controllo direttamente da casa, tramite computer, modem, videotelefono, fax o
altre diavolerie. Niente spese per gli insegnanti, per la costruzione e la manutenzione
degli edifici, per riscaldamento ecc... Nessuna interferenza, nessun disturbo nella
comunicazione. Un omogeneizzato culturale inoculato via cavo, che alimenta per endovena dei replicanti dal cervello disattivato.
Non stiamo parlando di fantascienza. I replicanti già ci sono, non si è dovuta attendere
la clonazione: basta guardarsi in giro. Esiste già anche un progetto concreto, del quale
si hanno ogni giorno anticipazioni. La più recente (un computer su ogni banco)
è rimbalzata da una parte allaltra delloceano. La prossima, logicamente
conseguente, riguarderà la messa in rete di tutta la dotazione informatica della scuola,
con gestione a centralità regionale o nazionale. Questo in una prima fase, perché in
seguito, quando il linguaggio informatico si sarà imposto come il tramite principale, o
unico, di comunicazione, potrà veramente essere realizzato il villaggio scolastico
globale. Già da ora, però, in attesa che sia resa tecnicamente possibile lattivazione
della grande rete unificata e si esauriscano le ultime resistenze passatiste, tutti i
paesi occidentali stanno rapidamente adeguando i propri modelli scolastici ad uno standard
unico, nel tentativo di recuperare almeno in parte il ritardo accumulato nei confronti di
una realtà economica e culturale da tempo mondializzata.
Ed ecco allora lo scenario. Al controllo tele-visivo del tempo libero si somma (e si
confonde) quello tele-informatico del tempo scolastico. La forza di penetrazione degli
input del sistema ne risulta moltiplicata, sia perché questi operano in un terreno già
dissodato dalla persuasione televisiva, sia perché presuppongono e sollecitano nei discenti
uninterazione, un farsi soggetto, collaboratore del sistema stesso. Lutopia
illuministica di uneducazione omogenea e diffusa, eguale per tutti gli uomini della
terra, fondata sulla partecipazione attiva dellallievo si concretizza: e se la forma
è un po diversa, il risultato, la sostanza sono quelli auspicati da Rousseau. Che
spediva i figli a morire nei lager della pubblica assistenza. Con perfetta coerenza.
PAOLO REPETTO
Siete convinti che quanto viene ipotizzato in queste pagine paghi un tributo troppo elevato al paradosso? Che si stia facendo della fanta-pedagogia? Andatevi allora a leggere il numero del febbraio 1997 di TUTTOSCUOLA. Nove articoli dedicati alla multimedialità, e al centro la perla: NASCE EDUCATION MULTIMEDIALE - In attesa della scuola cablata unimminente convenzione col Ministero della P.I. introduce la cultura che viene dallo spazio. Tutto quello che veniva paventato nelle nostre riflessioni risulta già in atto o in corso di realizzazione, o addirittura superato; leducazione via satellite e la multimedialità sono il presente e saranno sempre più il futuro. Non ci resta che inchinarci allentusiasmo dellarticolista, e piangere: Intanto Hot Bird 2 è saldamente ancorato nello spazio e già consente a 60 milioni di europei la ricezione diretta di canali radio e TV. Se la scuola cablata è un sogno sempre meno lontano, quella con lantenna a padellone che capta cultura dallo spazio è invece una realtà che si profilerà sempre più fitta sui nostri tetti e su quelli degli edifici scolastici di tutta la penisola. Questa almeno la promessa fatta dal ministro Berlinguer, anche nellambito del rinnovo di una seria convenzione RAI - Ministero P.I. Amen.