Quarantanni fa usciva negli States On the Road. È solo una constatazione, del tipo
come passa il tempo!. Potevano essere trentotto o quarantacinque, non ha
importanza, non vogliamo celebrare decennali. A dire il vero qui non ci importa nemmeno
del libro in sé, quanto piuttosto dello spunto che ci offre per poche brevi
considerazioni. Dunque, On the road ha quarantanni,
e nella civiltà del consumo veloce, della mitizzazione effimera, viene ancora considerato
un libro epocale, lopera che ha sancito lingresso in una nuova era. Ora, è
senzaltro vero che gli adolescenti della prima generazione postbellica, che lhanno
letto negli anni 60, ne sono rimasti segnati: ma è altrettanto vero che non si
tratta di un libro di svolta, se non nel senso che si situa alla fine di unepoca, e
non allinizio. Il vangelo della beat-generation non è una rivelazione,
ma una celebrazione. In
esso la parola è già liturgia. Raccoglie e racconta quel che è accaduto,
non prefigura quello che accadrà. Quello che accadrà saranno solo imitazioni,
manierismi: il movimento hippie, la contro-cultura, la contestazione, lecologismo,
etc ... Il tentativo di dare alla modernità un volto umano, di resistere ai totalitarismi
espliciti o a quello vischioso della pseudo-democrazia, era stato vissuto lungo un secolo
e mezzo da pochi, spesso anonimi, coraggiosi: si era consumato in modi diversi, dalle
prime lotte operaie alla Resistenza in Europa, dalle battaglie non-violente per i diritti
alla dissidenza russa. Quel che verrà dopo, a partire dai mitici anni 60,
sarà sempre e comunque inquinato dalla nuova medialità, dalla proteiforme presenza di un
sistema sempre più capace di trasformare in energia e nutrimento per sé ogni sforzo,
ogni gesto, ogni parola, rivolti contro di lui. Può (anzi, deve) non piacerci, ma la
verità è questa.
Il che mette in discussione anche il senso questa rivista, la presunzione che parrebbe
animarla di risultare inattaccabile dai succhi gastrici del siste-ma. Noi non ci illudiamo
di essere indigeribili, di poter arrecare seri disturbi ad un organismo ormai immunizzato.
Siamo quasi convinti (quasi, perché il cuore ancora si rifiuta) che non esistano più
pos-sibilità di comunicare, di trasmettere, di ricevere segnali positivi.
Segnali di che? e a (da) chi?
Se ci guardiamo attorno vediamo per lo più facce rintronate dal bisogno di omologazione e
di appartenenza, sia nella versione barbaro-consumistica, sia in quella
presunto-intellettuale: ciò che conta è apparire, presenziare, si tratti del concerto
del grande imbonitore Vasco, della partita del Milan - Paperone o della presentazione dellultimo
libro di Tabucchi - Liala. E tuttavia, anche in questo clima da operetta crediamo che un
significato la rivista lo conservi, se non altro per coloro che la realizzano. Che agisca
come una sorta di rudimentale vaccino contro la vera peste di fine secolo, latrofia
cerebrale. E, nellattesa di tempi migliori, mantenga in vita quel filo di speranza
che ci accomuna.
PAOLO REPETTO