NESSUN LUOGO È PERFETTOIn principio era il sesso
in principio era il verbo
no, in principio era il sesso.
ANTONIO GRAMSCI
Lei è allorizzonte dice Fernando
Birri. Mi avvicino di due passi. Lei si allontana do due passi. Cammino per dieci
passi e lorizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non lo
raggiungerò mai. A cosa serve lutopia? Serve proprio a questo: a camminare.
EDUARDO GALEANO
E torniamo a parlare
di utopia. O meglio, continuiamo. Chi già conosce la rivista sa infatti che, in una salsa
o nell'altra, è questo il comune denominatore sotteso a tutti gli interventi. E sa anche
che, attribuendo all'utopia la natura impalpabile del sogno (cfr. SOTTOTIRO n. 4,
L'altra metà della storia), la si vuole sottrarre ad ogni imbalsamazione teorica,
aprendole invece, paradossalmente, gli spazi concreti del vissuto. In altre parole,
l'assunto è che non valga la pena insistere su una "definizione" dei caratteri
o su una tassonomia dei progetti utopici, perché si approderebbe comunque ad una
contraddizione in termini (non si può "definire" ciò che per antonomasia non
ha confini, né naturali né storici); e che, al contrario, abbia invece un senso cogliere
di questi ultimi i portati e le risultanze storiche. Non la chimica o la meccanica del
sogno, dunque, ma la sua ricaduta sulla vita del sognatore, e di chi gli sta attorno.
Ci sembra
tuttavia che almeno un aspetto inerente le forme della progettualità utopica vada
ulteriormente chiarito. Su queste pagine si è fatto e si farà spesso ricorso
all'identificazione tra utopia e sogno. Va precisato una volta per tutte, per quanto
banale possa apparire, che ci si riferisce al sogno ad occhi aperti, ad un sogno
"vigile", rispetto al quale possa essere imputata al sognatore un'assunzione di
responsabilità, quella serietà che Lenin chiedeva nella citazione con la quale si apriva il numero precedente. Il
sogno utopico è quindi esattamente l'opposto del delirio onirico. E mentre sappiamo
quanto inutile sia (per chi ascolta come per chi parla) tentare di costringere il caotico
magma irrazionale del sogno nelle coordinate logiche del linguaggio (qualsiasi
linguaggio), possiamo al contrario constatare come la formulazione utopica tenda ad
esprimersi proprio nelle forme più ordinate, logiche, consequenziali, e come anzi questo
ordine venga sottolineato proprio in
alternativa alla caoticità e all'illogicità dell'esistente. Quindi ogni utopia, anche la
più trasgressiva e destabilizzante, non è in fondo che la ribellione contro l'assurdità
e il degrado di un ordine politico, sociale, economico, culturale che appare alle corde,
nel nome di un ordine o comunque di un sistema ordinatore alternativo. (Col che, abbiamo
fatto rientrare dalla finestra ciò che si voleva buttare fuori dall'uscio).
Torniamo
all'assunto di partenza, che è in definitiva questo. Sulle pagine della rivista
compariranno di volta in volta, in ordine sparso, senza pretese di esaustività o di
originalità interpretativa, richiami, riletture, riscoperte, confronti con le più
disparate formulazioni letterarie, politiche, artistiche,
produttive ecc... attraverso le quali l'utopia si è espressa. Il (o un) filo conduttore
lo troverà il lettore, se gli parrà il caso: ma per chi voglia farne a meno potrebbe
bastare il piacere di certe consonanze, la gratificazione di veder condivisi amori o
simpatie che si temevano esclusivi.
La proposta di questo numero risponde anche ad una esigenza di "leggerezza", di
preventiva ironica dissacrazione nei confronti di un tema che se trattato troppo
seriosamente rischia di diventare (speriamo non sia già diventato) palloso. Ma è meno
gratuita di quanto si potrebbe credere. Essa riguarda infatti uno degli aspetti della
rigenerazione utopica sui quali la fantasia dei sognatori di "mondi nuovi" si è
costantemente sbizzarrita: quello della regolamentazione (o de-regolamentazione) sessuale.
Anche prima di Freud, e prima che Reich, Marcuse e Norman Brown ponessero in relazione
diretta la disposizione repressiva nei confronti del sesso con l'autoritarismo e
l'iniquità dell'organizzazione sociale, il sospetto che una società nuova non potesse
darsi senza una revisione dei modelli di comportamento sessuale aveva già attraversato la
mente dei maggiori teorici dell'utopia. Da Platone a Campanella, da Rabelais a William
Morris, da Cyrano a De Sade (certo, anche lui!) è tutto un succedersi di ipotesi
combinatorie le più peregrine e le più fantasiose. E tuttavia alla sessualità non viene
quasi mai riconosciuto un ruolo primario, di cardine del sistema sociale: in genere
l'evoluzione dei costumi sessuali è posta in subordine al riordinamento politico e
sociale, non è motrice del cambiamento, ma conseguenza. Per gli utopisti classici il
sesso può essere liberato, ma non è liberatore. E nemmeno è scontato che il nuovo
ordine sessuale predicato comporti una effettiva emancipazione: qualche volta la
regolamentazione risulta decisamente costrittiva, e quasi sempre mantiene immutata
l'attitudine penalizzante nei confronti della componente femminile. Spesso finisce per
assumere la sessualità in una connotazione biologistica, per non dire animalesca e
addirittura meccanistica (come nel caso della copulazione a catena, nel De Sade de Le
centoventi giornate di Sodoma).
Insomma, laddove il problema venga posto emergono tutte le contraddizioni e le aporie dei
progetti di rigenerazione sociale, la difficoltà di ricondurre nell'ordine del sogno il
disordine proprio degli umani sentimenti. Viene a galla, cioè, come l'utopia non possa
darsi se non come progetto ideale, sentito come tale e tale destinato a rimanere. Forse
un'utopia veramente liberatoria, in questo ambito, non è nemmeno concepibile, non ha
senso o ne ha solo se intesa in negativo, come assenza di qualsiasi progetto. Forse
l'unico modo di pensare una sessualità liberata è quello paradossale e scanzonato,
eccessivo e irriverente, di cui offrono un magistrale saggio le pagine che seguono.