Che paese! Ci son volute le sparate di un piazzista di veleni per
riscattare il federalismo dal limbo delle favole. Col rischio, più che mai concreto, di
lasciarne snaturare completamente le valenze politiche e ideali. Tutta lintellighentia
cultural-progressista (non parliamo della classe politica, non ne vale la pena) ha
continuato a dormire della quarta, anche di fronte al radicamento sempre più preoccupante
del leghismo, preferendo titillarsi con i dibattiti sul buonismo e altre cretinate
consimili. Trincerate dietro un muro di supponente e miope indifferenza le teste più fini
della sinistra hanno atteso, prima di darsi una scrollata, che maturassero
tutti i peggiori presupposti per una discesa in campo del progetto politico federalista
(ed eventualmente per una sua applicazione). Col risultato oggi di ritrovarsi in affanno,
anzi, in pieno stato confusionale, combattute tra la difesa del fatiscente istituto
statalista, che le vedrebbe schierate al fianco della destra, e la rincorsa al recupero
sul terreno delle autonomie, per disinnescare la mina della seces-sione.
Il fatto è che la sinistra storica non appare in grado di proporre alcun
modello di rinnovamento istituzionale in senso federalista, perchè non ha mai voluto
confrontarsi seriamente con questo tema.. Lo ha inserito negli ultimi programmi
elettorali, ma alla maniera in cui vi si inseri-sce da sempre, ad esempio, il risanamento
del debito pubblico, cioè come una mera giaculatoria, ripetuta meccanicamente. Daltro
canto sarebbe eccessivo pretendere da chi per mezzo secolo ha perseguito un unico
obiettivo, quello di accedere alla stanza dei bottoni, ed ha sacrificato a tale progetto
ogni coerenza ed ogni pudore, che una volta raggiunto lo scopo si impegni a disattivare i
comandi e a vanificare il risultato, ormai fine a se stesso, della sua strategia. Si deve
quindi dare per scontato che da questa direzione difficilmente potranno arrivare segnali
concreti di una volontà innovatrice.
Vediamo invece di spiegare sommariamente, rimandando ad altra occasione unanalisi
più approfondita, le ragioni che ci inducono a ritenere valida ed auspicabile una
soluzione istituzionale di tipo federalista. Resta inteso che assumiamo il termine federalismo
nella sua accezione più genuina, quella che demanda a livello regionale, o meglio ancora
sub-regionale, la più larga autonomia gestionale dei poteri e delle responsabilità
amministrative.
La prima motivazione può essere definita di carattere tattico. Il progetto di Bossi può
essere battuto, recupe-rando sullelettorato leghista moderato, solo dal rilancio di
unipotesi federalista seria, che contempli cioè stati regionali semi-indipendenti e
federati. I modelli non mancano, in uno spettro di soluzioni che vanno dal lander tedesco
alla confederazione cantonale, sino al federalismo tollerato statunitense: e
comunque, stante la specificità della situazione italiana, dovrebbe essere varata una
struttura politica originale. Resta il fatto che a nessuna delle sub-entità
istituzionali, se costituite su base regionale, sarebbe garantita unautonomia
economica sufficiente ad indurla al separatismo. Verrebbe a cadere in tal modo il discorso
delle rivendicazioni pseudo-etniche, mentre finirebbero per essere esaltati in positivo i
fattori di aggregazione.
Il secondo motivo è invece più genuinamente politico. Ogni prospettiva di decentramento
dei poteri, a qualsia-si livello ed in qualsivoglia direzione, deve essere perseguita, e
finalizzata ad ampliare le possibilità per ogni cittadino di esercitare un controllo
stretto sullamministrazione e di partecipare direttamente alla stessa. Ciò induce
una politicizzazione attiva, la percezione di svolgere un ruolo concreto e lassunzione
conseguente di responsabilità: in definitiva, crea i presupposti per una crescita
veramente democratica.
Infine unultima considerazione, concernente il pericolo (paventato dalle frange più
consapevoli della sinistra) che unatomizzazione istituzionale porti alla
dissoluzione di ogni residuo di stato sociale. Ciò che si teme è che da un lato nelle
aree a livello di benessere più elevato, dove più forte è il rifiuto del riequilibrio
compensativo operato col tramite fiscale, prevalga l orientamento verso una
privatizzazione totale dei servizi sociali di base (ciò che equivarrebbe ad escluderne le
fasce meno abbienti, tutti coloro che non possono permettersene i costi), e che dallaltro
nelle regioni economicamente più deboli quegli stessi servizi non possano essere
garantiti per le difficoltà di un bilancio ristretto. Il pericolo in effetti esiste: ma
occorre non dimenticare che lesempio normalmente addotto, quello del progressivo
smantellamento del Welfare state in atto negli USA, si riferisce ad una realtà di
partecipazione politica delle masse lontana anni luce da quella italiana. Quando sono in
ballo i temi della stato sociale un elettorato attivo che sfiora l80%, e che
comprende quindi quella maggioranza della popolazione che è interessata alla pubblicità
dei servizi, costituisce ancora un ottimo deterrente contro gli attacchi frontali: e le
recenti elezioni lo hanno dimostrato.
Contro quelli più insidiosi, invece, contro le manovre striscianti e aggiranti, non è
più questione di stato unitario o federalista, ma di un salto di qualità nel livello
della coscienza politica individuale e collettiva: se ciò non accade, il nostro futuro
sarà allinsegna del più feroce egoismo privatistico, indipendentemente dalle
formule istituzionali che ci riserva. E questo lo hanno dimostrato, in Italia come nel
resto del mondo, gli ultimi quindici anni.