PERCHÉ NON SONO JUVENTINOChi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua
realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. Allorizzonte di
quell'oceano ci sarebbe stata sempre unaltra isola, per ripararsi durante un tifone,
o per riposarsi e amare. Quellorizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito
ad andare.
HUGO PRATT
Già vi sento. E chi se ne frega? Giusto. Dopo Mosca e
Mughini parlare di calcio (e tanto più della Juventus) non è soltanto stupido, è un
crimine contro lintelligenza. Ma in effetti non ho alcuna intenzione di parlarne. Il
tema è un altro. È quello delle cause perse. E se di calcio capisco niente
(anche perché non cè niente da capire), del fascino dei perdenti posso disquisire
con assoluta cognizione.
Il fatto è che, così come alcuni nascono con le stigmate di una superiore vocazione, con
un corredo genetico che li porta a distinguersi e a primeggiare nei campi più svariati
(Mozart per la musica, Giotto per la pittura, Merczx per il ciclismo, e così via),
nascono anche individui il cui naturale talento consiste nello schierarsi
sempre dalla parte dei
perdenti. Un sottile, nemmeno tanto inconscio masochismo li pervade, li guida, veglia
sulle loro scelte e fa si che manco per sbaglio si intruppino una volta nelle schiere dei
vincitori. Ebbene, io credo dessere il Mozart delle cause perse, almeno
per quanto concerne la
precocità della vocazione. Voglio dire che mentre per altri questa matura attraverso un
processo di crescita, di differenziazione, di disgusto per la volgarità, ladulazione,
l opportunismo che sempre si accodano ai vincitori, nel mio caso non vi sono dubbi:
è talento vero, innato, naturale. Solo questo può spiegare perché abbia sfacciatamente
parteggiato per le giubbe grige (i sudisti) contro quelle blu (i nordisti), quando in età
prescolare giocavo ai soldatini, e tutta la storia americana che conoscevo mi veniva da
Lassedio delle sette frecce. O perché abbia cominciato a tifare per
Gastone Nencini (mai
sentito nominare prima) il giorno stesso in cui perse il Giro dItalia da Magni (e
avevo sette anni). O abbia amato, alle medie, tra tutti i personaggi dellIliade lo
sfigatissimo Ettore. E così via, in un crescendo letterario, politico e sportivo di
voluttuosi patimenti, di amari calici delibati con passione, che mi ha consentito unampia
facoltà di scelta (gli sconfitti sono sempre molti di più dei vincitori), mi ha permesso
di avere sempre il meglio. Sotto questo profilo, devo dire, la vita non è stata avara. Se
qualche volta ho dovuto abbandonare il campo, quando magari il vento girava e i già
perdenti rischiavano di riscattarsi, lho fatto in tempo, prima che si profilasse il
pericolo della vittoria. In alcuni casi, poi, la soddisfazione è stata piena: chi non ha
letto Eliade quando era out per la sinistra, chi non si è ispirato a Cattaneo e a
Kropotkin quando lo erano per tutto lo schieramento politico e culturale, chi non ha
tifato G.B. Baronchelli (il massimo, solo per intenditori finissimi, ha volutamente perso
dieci o quindici Giri dItalia, più qualche centinaio di altre corse) non sa quali
gioie riservino questi amori esclusivi, indivisi, derisi e osteggiati. E non parliamo
della partecipazione politica: ho votato per trentanni, senza vincere una volta le
elezioni; le ho vinte (?) lunica volta in cui ero decisamente del parere che fosse
meglio perderle. Dunque una militanza senza macchia, plutarchiana nella sua esemplarità.
Ma questo che centra col fatto di essere o meno juventino, e soprattutto, dove va a
parare? Ci arrivo. Non sono juventino perché quarantanni fa, allepoca della
scelta di campo, che allora avveniva tra i sette e i dieci anni, la Juventus era quella di
Sivori e Charles, e vinceva tutto e sempre, lo scudetto tutti gli anni, o due in un anno
solo, coppeitalie, tornei di Viareggio, proprio tutto. E tutti i miei amici, naturalmente,
tifavano Juve, saltavano sul carro del vincitore. Come non cogliere loccasione per
restare a terra? Oltretutto cera lì, pronta, lAlessandria, un investimento a
perdere di totale affidabilità, più che restare a piedi era come sdraiarsi lunghi sul
selciato per farsi maciullare dal corteo trionfale. Ebbene, è stato proprio lì che ho
avuto consapevolezza di una diversità, e del piacere e delle sofferenze che le sarebbero
stati legati. Lì ho capito che il mio destino era segnato, che avrei vissuto allinsegna
della resistenza contro ogni tipo di vincitore, e soprattutto contro coloro che gli si
accodano; e che per praticare questa disciplina avrei dovuto allenarmi, prepararmi,
indurirmi. La Juventus è stata solo la prima manifestazione simbolica (ma mica poi tanto)
del potere, una delle sue molteplici incarnazioni: ha prefigurato la DC, il craxismo, le
mode culturali, gli intellettuali da talk-show, Berlusconi, tutti quei sugheri insomma
(per non dire quegli stronzi) che galleggiano su qualsiasi mare. E soprattutto mi ha fatto
capire come siano sempre la stragrande maggioranza coloro che si accontentano di vincere,
e di vivere, per interposta persona o squadra o idea, e non hanno il minimo sentore di
cosa significhi accettare dignitosamente e sportivamente (quando si può) la sconfitta.
Non è stato sempre facile, ad onta della naturalità della disposizione, vivere da
cultore delle cause perse (ma non da perdente, si badi bene). Qualche volta è insorto
anche il dubbio: non starò mica scambiando unostinazione per una vocazione? Ma è
durato solo un attimo. Mi ha soccorso Darwin. Secondo la più recente versione della
teoria evolutiva lo sviluppo di una specie non avviene per modificazioni abbondanti,
cumulative e graduali, frutto di un processo adattivo minuto che interessa solo il livello
degli organismi, quanto piuttosto per alterazioni a livello genetico, ristrette a pochi
individui, legate al caso, che innalzano la capacità di risposta della specie alle
pressioni dellambiente. Ora, delle due luna: o la mia alterazione è del tipo
soccombente, di quelle cioè che non lasciano traccia nel percorso evolutivo della specie,
e allora la coerenza del mio cammino sarebbe totale: o è di quelle che migliorano la
capacità adattiva, e allora alla lunga trionferà. Va a finire che, nellun caso o
nellaltro, corro il rischio dessere un vincitore.