Dalle epoche più
remote sino ad oggi, la scultura ha agito sul mondo materiale con un atteggiamento
predatorio e mutilante. L’uomo, nella sua costante tensione a farsi Dio, ha
ritenuto di poter intervenire liberamente sulla natura per modificarne forme e
dimensioni e per attribuire ad essa dei propri significati. Il suo agire è
stato un incessante tentativo di sostituire alla simbolizzazione naturale un
mondo di segni e di messaggi che, trascendendo la materia, avrebbe dovuto
fondare una rete di significati finalizzati alla celebrazione della sua ascesa
e distacco dal mondo materiale. Tutto ciò ha determinato sia un profondo
squilibrio nella originaria perfezione artistica della natura sia una
pericolosa illusione creativa nell’uomo, che, man mano, si è risolta in
un’avvilente deriva consumistica.
Ma che significato
artistico possono avere grandi opere di pietra o di altro materiale inserite in
un contesto umano che è la negazione della purezza estetica? Come è possibile
ritenere arte la seriazione di un prodotto di laboratorio? E che dire
dell’evento plastico che coinvolge strutture che l’uomo ha costruito per la sua
sopravvivenza? Lo straordinario vitalismo del concetto umano dell’arte non
corrisponde affatto all’espressione artistica intesa come comunione intima tra
uomo e materia, in cui l’uno e l’altra subiscono un influsso magico che ne modifica
irresistibilmente sia la presenza sostanziale che i significati riposti.
Pertanto, pensare alla scultura oggi non può che essere un atto di contrizione
nei confronti del cammino compiuto dall’uomo in nome dell’arte, nel quale hanno
prevalso a più riprese ragioni diversamente soggettive, incapaci di cogliere
l’oggettività artistica del reale materiale. La rinuncia a questo tipo di
atteggiamento è il primo passo per intraprendere un percorso inverso in cui sia
la materia ad imporsi finalmente all’uomo.
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