Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

 

A dispetto di quanto affermo nell’articoletto precedente (Perché non esiste in Italia una letteratura del viaggio) la letteratura italiana ha un rapporto intensissimo col tema del viaggio, almeno fino al XVIII° secolo. Senza voler tirare in ballo tutti i minori, è sufficiente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico e da Petrarca per il resoconto di viaggi reali a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee (1333), con visita a Parigi, alle Fiandre e ai paesi della valle del Reno, attraversamento a cavallo della selva delle Ardenne e scalata del Monte Ventoso (Ventoux) (tutto documentato nelle Epistole Familiari I, 4 e 5). È già possibile ravvisare un certo atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (nel Canzoniere). Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira naturalmente un po’ verso il meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente veritiera e attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo (narrato in francese nel Livre des merveilles - oggi conosciuto come Il Milione - nel 1298). Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo.

 Il boom della letteratura di viaggio si ha nel periodo umanistico-rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna); Quest’ultimo racconta anche dei suoi viaggi reali (Satire), ma senza grandi entusiasmi. Nel frattempo è stato scoperto il continente nuovo, e cominciano a fiorire i resoconti dei viaggi, a partire da Cristoforo Colombo, da Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e da Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524). Il grande organizzatore della nuova letteratura di viaggio è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, che raccolgono materiali editi ed inediti relativi alle recenti scoperte. Il primo italiano a compiere il giro completo del mondo, e a raccontarlo, è il vicentino Antonio Pigafetta, compagno di viaggio di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. Verso la fine del secolo un Fiorentino, Francesco Carletti, lascia la descrizione di un’altra circumnavigazione nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, editi solo nel 1701, interessantissimi per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture. Nel seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare i viaggi di evangelizzazione propri, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653), mentre la letteratura ufficiale non presta grande interesse al tema.

 Un risveglio si ha con l’avvento dell’Illuminismo settecentesco. I letterati italiani tornano a muoversi. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli, 1762, interessanti annotazioni sui suoi viaggi attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Vittorio Alfieri gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e dandocene conto ne la Vita scritta da esso. Giacomo Casanova va avanti e indietro come una trottola per tutta la vita, battendo l’intero continente, e lo racconta ne la Storia della mia vita (1798). Luigi Angiolini lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per confrontare il degrado culturale e civile dell’Italia rispetto ai paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

 Il romanticismo italiano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I maggiori romantici magari viaggiano (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile nativo. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo). Solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno al tema (Sull’oceano, di Edmondo de Amicis, unica opera italiana dedicata al fenomeno dell’emigrazione). In compenso fioriscono le pubblicazioni periodiche ad uso di un pubblico di media e bassa cultura (Giornale illustrato dei viaggi) ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari. Tra i resoconti di esplorazioni e viaggi di scoperta qualche interesse anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi , Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

 Nella prima metà del Novecento il viaggio rimane confinato nella letteratura italiana ai generi minori. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. Nell’ultimo scorcio di secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri e propri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris) e alla comparsa di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), di Tiziano Terzani (In Asia), di Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), di Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e di Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane): Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (Quando viaggiare era un’arte).

 

PAOLO REPETTO