In un’opera di Pietro Jannon, una delle più recenti,
appartenente al ciclo dei “divieti”, è possibile leggere la perfetta metafora
della nostra attuale condizione. Probabilmente la metafora non è del tutto
consapevole, ma proprio questo è il bello e il mistero dell’arte: la capacità
di dire parole non pronunciate e di trasmettere idee non pensate. La
composizione è rettangolare, si estende in orizzontale e si presenta come un
assieme unitario, ma a ben guardare risulta articolata in tre sezioni. La
tecnica è quella del collage su una superficie piana di materiali diversi,
legno, cartone e soprattutto vecchi segnali direzionali o divieti di caccia e
di raccolta, quelli bianchi, di latta, con simboli o scritte in nero, che si
trovavano una volta inchiodati ai tronchi degli alberi o appesi a solitari
paletti nelle campagne, quasi sempre sghembi e ricamati da rose di pallini.. Le
frecce, appena visibili, occupano il riquadro centrale, in un gioco di
sovrapposizioni con altri brandelli di lamiera arrugginita e di cartone ruvido.
I divieti, o quel che ne rimane, compaiono invece nelle due sezioni laterali,
anch’essi soffocati da strati irregolari di altri materiali, e consentono
stentatamente di risalire all’autorità emanante: a sinistra la provincia di
Genova, a destra la regione Piemonte. Nel riquadro di sinistra, in basso,
mimetizzata in un mosaico di vecchi fogli stampati o manoscritti, quasi ci
sfugge la riproduzione di una rudimentale porticina lignea, chiusa, che reca
stampigliata in lettere da imballaggio la scritta “NOMADE”. La tonalità
dominante del trittico va dal grigio sporco all’ocra. L’insieme è, per chi vuol
andare al di là dell’impatto visivo, desolante e ed inquietante,.
È desolante perché questa
rottamazione di ogni palinatura, questo discarica aperta di regole e di
segnali, è l’unico panorama spirituale (ma anche materiale) che questi anni ci
offrono. È inquietante perché, al di là del casuale riferimento geografico, ma
certamente con la sua complicità, sentiamo che ci riguarda molto da vicino.
Nella rugosa terra di nessuno del pannello di centro, da quell’ideale
spartiacque cancellato che guardava un tempo alle Alpi e al mare, le frecce non
indirizzano più da alcuna parte. Si spuntano contro la ruggine, sbiadiscono sotto
i catramosi sedimenti del tempo. Assieme ai suggerimenti, alle indicazioni,
agli obblighi si stemperano, nella monocromia grigiastra e marroncina, anche i
divieti, butterati da una foruncolosi endogena. Non è valsa più nemmeno la
spesa di impallinarli, sono chimicamente scaduti dal perentorio al patetico. Ma
la loro estinzione non prelude ad una nuova e consapevole libertà, non è il
segno di una maturità raggiunta. È solo il simbolo di una sconfitta. Anzi, di
una duplice sconfitta.
La prima riguarda lo sforzo di
edificazione di un sistema normativo universalistico di diritti e di doveri (in
contrapposizione a quello particolaristico e consuetudinario), e di un corredo
etico, di imperativi e finalità ( in sostituzione di quello morale e religioso),
prodotto nei secoli della modernità dalla cultura laica occidentale, e mirante
in ultima analisi a uniformare a livello globale i comportamenti. Questa
potrebbe in apparenza sembrare addirittura una vittoria, dal momento che tale
sistema è nato e si è sviluppato in funzione degli interessi dei gruppi o delle
classi dominanti, e la sua sudditanza al potere non è in discussione: ma in
realtà ci troviamo di fronte soltanto alla rimozione dell’impalcatura che è
servita ad innalzare il palazzo della cultura e del mercato ( soprattutto del
mercato) globali. L’impalcatura nascondeva l’oscenità architettonica e
strutturale di quel lager immenso che si estende ormai su tutto il pianeta, ma
in qualche modo garantiva anche ai detenuti delle sicurezze, a volte delle vie
di fuga. Garantiva il riconoscimento della individualità, se non altro
esortando all’assunzione di una responsabilità individuale, o sanzionandola. L’obsolescenza
dei divieti testimonia invece la raggiunta perfezione del sistema di controllo:
non è più necessario vietare, quando si è in grado di persuadere, e non vale la
pena sanzionare i singoli, badare ai miliardesimi, quando i conti si fanno all’ingrosso.
La mia spiacevole sensazione è quella di aver combattuto contro qualcosa che
oggi vorrei difendere, perché anche una gabbia, quando il modello è quello
della libera volpe in libero pollaio, può offrire un rifugio a chi volpe non
vuole essere: e che sia ormai troppo tardi anche per barricarsi su queste
posizioni di retroguardia.
L’altra sconfitta concerne le
alternative. E questa è più cocente ancora, intanto perché ce la siamo
costruita con le nostre mani, e poi perché ha azzerato le speranze, ha tagliato
le gambe ad ogni idealità. Per quanto sia duro ammetterlo, nessuno dei sistemi
di pensiero antagonisti al modello capitalistico è stato in grado di andare
oltre la critica e di offrire alternative economiche, politiche e sociali
credibili. Un peccato d’origine le ha viziate tutte, e prime tra le altre
quelle più marcatamente umanistiche: una pervicace presunzione di eccezionalità
e di uniformità della natura umana, dalla quale è disceso l’illusorio
convincimento della origine sociale di ogni squilibrio. Oggi dobbiamo
accettare, a denti stretti, l’idea che l’uomo è un animale sociale per convenienza,
egoista per istinto naturale; che i rischi della democrazia totalitaria non
sono minori di quelli del totalitarismo esplicito; e soprattutto, che quelle
istituzioni che bene o male costituivano un avversario visibile, un obiettivo
contro il quale dirigere gli sforzi, non rappresentano più nulla, sono soltanto
detriti lasciati dal capitale sul suo percorso di autonomizzazione.
Questo si può leggere nell’opera di Jannon. Naturalmente è
possibile leggervi qualunque altra cosa, magari di segno opposto, ed è probabile
che lo stesso autore trovi una simile interpretazione fuorviante e forzata; ma
è fuor di dubbio che qualcosa quei brandelli di segnaletica corrosi e sbiaditi
ci vogliono comunicare, che una storia, o la fine di una storia, la vogliano
raccontare. Io l’ho intesa così, come una storia malinconica. Perché quando
viene meno, nonché la volontà, anche ogni opportunità di tra(n)sgredire; quando
non ci sono più luoghi, della terra e dello spirito, nei quali cercare un
altrove ed un oltre; quando ogni illusorio nomadismo si spegne sulla soglia di
una latrina maleodorante ( e segregazionista ): allora non rimane che l’immota
sospensione del Limbo. E non è il caso di sgomitare: ci siamo già dentro.
PAOLO REPETTO