COME (NON) SI DIVENTA POSTMODERNI
Scoprire di essere speciali
procura sempre una certa ebbrezza. Ho appena finito di leggere un articolo su
Wess Hardin. Quando gli misero in mano una pistola, e si rese conto di
possedere il dito più veloce del West, il ragazzo divenne euforico, sfidò e
fece secchi quarantun avversari prima che lo calmassero a fucilate. Mi viene in
mente che anch’io ho provato di recente una sensazione analoga, pur nella
diversità delle situazioni. Attraverso la lettura di un saggio di Vattimo ho
infatti scoperto, non senza un certo compiacimento, la mia peculiarità: sono
postmoderno. Ma l’ho presa più bassa di Hardin, anche perché alla fin fine non
ho ben capito se essere postmoderno sia un privilegio o una disgrazia. Ho
capito però che postmoderni, così come veloci con la pistola, non si diventa:
si nasce.
Ho letto dunque Vattimo, e mi
sono ritrovato postmoderno. E pensare che ho sempre creduto che il mio fastidio
per la modernità e le sue forme venisse da una pre-modernità, dall’essere cioè
di gusti e di temperamento un po’ antiquati, e che il mio tempo fosse quanto
meno l’Ottocento. Invece ero già oltre, avevo un piede nel ventunesimo secolo.
Di lì, probabilmente, il mio equilibrio instabile.
Vediamo di spiegarci. Ne La
fine della modernità Vattimo identifica e sintetizza quelli che a suo
parere sono gli aspetti costitutivi, le direttrici fondamentali di pensiero che
hanno caratterizzato la modernità, e mostra come in questa fine di secolo le
idee-madri abbiano lasciato il posto ad una costellazione, meglio ancora ad una
vera e propria nebulosa di attitudini interpretative del mondo, della sua
storia e del suo significato, tutte altrettanto dignitose e rigorose, ma
soprattutto consapevolmente provvisorie.
Gli elementi che caratterizzavano
la modernità erano, secondo il filosofo torinese:
a1) l’interpretazione
della storia come processo di emancipazione dell’umanità (dalle leggi di natura,
dalla precarietà e dal bisogno, dallo stato ferino)
a2) la conseguente
identificazione del destino dell’uomo nel dominio sulla natura
a3) la valorizzazione del
sapere unicamente come strumento di questo dominio (da cui la priorità assoluta
accordata ai saperi tecnico-scientifici)
a4) la tendenza ad un pensiero
unitario e totalizzante (molte certezze, riconducibili ad una sola verità) e ad
elaborare visioni onnicomprensive del mondo (da quelle filosofiche - idealismo
- a quelle politiche - marxismo, ecc…)
a5) la propensione a
identificare il nuovo con ciò che è migliore, e il passato
con ciò che è superato
A connotare invece il pensiero
postmoderno sarebbero:
b1) la
sfiducia nei macro-saperi, la loro sostituzione con saperi deboli e instabili
b2) il rifiuto dell’enfasi del
nuovo
b3) la rinuncia a concepire la
storia come un processo universale e necessario
b4) il rifiuto di concepire la
ragione come ragione tecnico-scientifica
b5) la scelta di privilegiare
il paradigma della molteplicità rispetto a quello dell’unità
Nei limiti di una sintesi, i
punti essenziali dell’analisi di Vattimo sono questi, e mi sembrano cogliere
appieno l’essenza del cambiamento di attitudine. Ho considerato dunque gli
elementi del primo gruppo, e non ho avuto dubbi: non mi riconoscevo in nessuno.
La storia come emancipazione progressiva? Ma emancipazione da che? Tutta la
vicenda umana, tutte le culture, tutte le civiltà si sono sviluppate a partire
dalla coscienza della morte, e nel segno - o nel sogno - di un suo superamento
(della morte o, almeno, della coscienza di essa). Non ho affatto l’impressione
che ce ne siamo liberati: semmai, è vero il contrario. E se anche vogliamo
metterla sul piano dei puri bisogni materiali, della pura sopravvivenza fisica,
emancipazione di chi? C’è molta differenza tra la vita di un pastore kirghiso o
etiope di oggi e quella di quattromila anni fa? Due terzi dell’umanità soffrono
la fame, e la sopravvivenza non l’hanno garantita neppure temporaneamente: e il
futuro si prospetta solo peggiore.
Quanto al domino sulla natura,
basta guardarsi attorno. Deserti che avanzano, effetti serra, buchi nell’ozono,
epidemie, alluvioni, terremoti, ecc… Quale dominio? Siamo formiche alla mercé
di ogni piede o zampa o asteroide di passaggio, di ogni raffica di vento. Le
briglie che ci illudiamo di aver messo alle forze naturali continuano ad
allentarsi, ed ogni volta che queste ultime decidono di riprendere il proprio
corso i costi risultano più alti. Non è nemmeno necessario sottoscrivere certo integralismo
ambientalista - quello per intenderci che contrappone la “civile”
consapevolezza ecologica dell’occidentale garantito alla miope disperazione
dell’abitante del terzo e del quarto mondo - per rendersi conto che la
strategia di domesticazione della natura ha da un pezzo lasciato campo al
progetto di una cancellazione e sostituzione di quest’ultima con una natura
seconda, pensata e spalmata sul globo a misura del modello produttivo. E questo
rimette automaticamente in discussione non solo la priorità, ma lo status
stesso dei saperi tecnico-scientifici, la loro intrinsecità ad un disegno di
crescita illimitata, che ne condiziona o meglio ne detta i protocolli.
Per quanto concerne il sapere
totalizzante, poi, l’impressione è che ogni certezza in più allontani e
confonda la percezione di una verità di fondo. Ogni nuova conoscenza è un
tassello nella costruzione di un mistero, si tratti di biologia, di astronomia,
di storia. E ciò vale in maggior misura da quando hanno iniziato a rivendicare
spazio altre voci, altre culture, che propongono modelli e direzioni
investigativi e interpretativi diametralmente diversi e insinuano il dubbio
anche in quelle verità che consideravamo acquisite. Dopo secoli di
cancellazione dei saperi alternativi, di uniformazione dei parametri, di
riconduzione ad un modello unitario ed universalistico del conoscere e
dell’agire, scientifico o storico o politico che fosse, ci si accorge che per
far tornare i conti si stava barando. I rigidi schemi della razionalizzazione
si sono rivelati gabbie troppo strette per un mondo così vivace e multiforme.
Per quel che mi riguarda, dunque,
modernità zero. Pur senza essere un nostalgico del passato, non ho difficoltà
ad ammettere che da ogni novità mi aspetto di norma una perdita, anziché un
guadagno. Non ho fiducia nei macro-saperi, non ci penso nemmeno a concepire la
storia come processo universale e necessario, non etichetto la razionalità,
colgo il molteplice, il diverso, piuttosto che l’unità. Appartengo decisamente
nel secondo gruppo, ho concluso: sono, e sono sempre stato, un postmoderno, da
prima ancora che i sintomi e il virus della postmodernità fossero identificati.
Oggi, tuttavia, l’articolo su
Hardin mi ha induce a strane riflessioni, che nulla hanno a che vedere con la
velocità nell’estrarre e nello sparare: mi spinge piuttosto a tornare sul
saggio di Vattimo, e riconsiderare la genuinità della mia appartenenza alla
condizione postmoderna.
Qualcosa non quadra. In effetti
mi era sembrato fin troppo facile trovarmi d’accordo, e dubito sempre, per
natura, del troppo facile. Ora ho avuto un po’ di tempo per ruminare quel che
ho letto, e decido di scendere più in profondità. Per esempio: è poi così vero
che sono contro il pensiero totalizzante? In effetti posso dire che mi nutro di
dubbi (ma forse si era già capito). Tuttavia alcune certezze le ho. Non
riguardano i saperi, ma i doveri. Ho le certezze dei doveri. Sui diritti sono
un po’ più lasco. Ad esempio: ho la certezza che se si sottoscrive un patto,
una convenzione di qualsiasi genere, occorre essere seri con gli impegni
assunti: oppure li si rifiuta in partenza. Non mi piace l’interpretazione
all’italiana, che lascia margini per il ripensamento, che giustifica gli
aggiustamenti e gli sganciamenti. In sostanza, ritengo che il dubbio sia il
lievito del conoscere, ma finisca per essere un tarlo nel sentire. Deve
riguardare la disposizione gnoseologica, non l’atteggiamento etico. Tradotto in
termini spiccioli, la coscienza di non essere detentori di alcuna verità non ci
esime dal tracciare e dal difendere qualche linea essenziale di comportamento.
Questo mi porta anche a ripensare
il paradigma della molteplicità. Sono d’accordo sul fatto che ogni cultura
abbia una sua dignità e le sue brave radici e ragioni storiche, e che debba
essere salvaguardata e capita e rispettata (il che non significa pensare che
l’una vale l’altra, e che ciascuno deve tenersi la sua, e buonanotte). Ma
ritengo anche che dal momento che le tante culture di questo globo non si
fronteggiano più a distanza, ma vengono oggi costantemente a contatto e a
confronto, sia più che mai necessaria la stipula di un patto di convivenza. Il
problema non è quello di conciliare usi alimentari (mangiare i piselli con la
forchetta o col cucchiaio) o modelli di abbigliamento, o altre differenze
esteriori, ma quello di far convivere forme e concezioni di vita diverse. Se
vado in Inghilterra viaggio sulla sinistra, e non c’è santo che tenga.
Stramaledico gli inglesi e la loro spocchia, ma mi adeguo. Così, pur
rispettando l’attaccamento di ogni etnia alle proprie tradizioni, il diritto di
preservare la propria cultura, le proprie credenze ecc…, ho dei problemi ad
accettare che un Sumburu trasferitosi nel mio condominio faccia rullare per
tutta la notte il suo tamburo, come giustamente faceva negli altipiani deserti
del Kenia per tenere lontane le belve dagli armenti. Al di là dei paradossi, e
del fatto che non accetto nemmeno il televisore sparato a tutto volume dal
burino nostrano, è lui, nel caso in cui le sue tradizioni confliggano con le
mie, a doversi adeguare. Può anche sembrare un atteggiamento supponente e
semplicistico, dal momento che per secoli noi occidentali siamo andati a casa
d’altri a imporre le nostre regole e i nostri stili di vita, oltre che i nostri
interessi: ma non credo che l’ansia di riparare in qualche modo a tutte le
soperchierie perpetrate debba farci dimenticare che quel che è accaduto negli
ultimi cinque secoli si era già verificato (sia pure in scala minore, ma solo
per motivi tecnici) in tutti i tempi e in tutti continenti, da quando gli spazi
che separavano i popoli si sono ristretti, e che ogni nuovo vincitore, laddove
e per quanto gli è stato possibile, ha imposto le sue leggi. Non è quindi
rovesciando le parti che si risolve il problema, e nemmeno abbracciando
acriticamente il sogno di una società multiculturale completamente aperta.
Sappiamo fin troppo bene dove conduce l’idea del libero mercato. L’unica
soluzione che vedo praticabile, almeno in una fase di transizione come
l’attuale, è quella della reciprocità: mi adeguo alle regole e agli usi della
casa in cui entro, e chiedo che gli altri facciano lo stesso nella mia.
Ciò significa non privilegiare il
paradigma della molteplicità? A me pare piuttosto di difenderlo dalle
interpretazioni troppo enfatiche, quelle che vogliono conciliare la difesa
delle diversità con l’esaltazione del meticciato culturale, e le cui
contraddizioni naufragano sulle scogliere della realtà di fatto. È qui che
avverto più radicale e, lo confesso, più spiazzante la mia distonia rispetto
all’attitudine post-moderna: più che una rinuncia alle idee forti quest’ultima
mi sembra una rinuncia tout court ad assumersi la responsabilità di pensare. Io
ritengo sia invece il caso di riflettere sulla trasformazione in atto con un
po’ più di lucidità, semplicemente risalendo alla valenza originaria del
concetto di cultura e partendo dai pochissimi punti fermi che le nostre
conoscenze, moderne o post-moderne che siano, ci consentono di individuare.
Noi umani siamo prima di tutto
degli animali, sia pure un po’ speciali, e la nostra eccezionalità nasce da una
debolezza biologica. Siamo animali non specializzati, biologicamente poco
attrezzati, quindi leghiamo la nostra sopravvivenza all’acquisizione di molta
“cultura” ambientale. Nasciamo infatti pre-maturi, prima cioè che il nostro
cervello sia pervenuto al completo sviluppo, abbia fissato le strutture
comportamentali ereditate attraverso il corredo genetico. Ciò implica che la
nostra memoria di base, quella strutturale, rimanga aperta a lungo all’assorbimento
di input esterni, ambientali, che agiscono a livello formativo, e non solo
informativo. Ci “formiamo” quindi letteralmente, oltre che sulla base del
patrimonio cromosomico, anche attraverso l’acquisizione di modelli culturali
che sono quelli specifici di un certo spazio e di un certo tempo. Assorbiamo
cioè quel kit culturale che ci serve per la risposta ad un ambiente sociale
particolare, così come le specializzazioni genetiche (dal colore della pelle al
taglio degli occhi, ecc…) sono funzionali all’ambiente naturale. Ora, questo
meccanismo ha funzionato fino a ieri in maniera abbastanza semplice (!) ed
efficace (lo dimostra il successo umano nella dispersione sulla terra), ma
rischia oggi di incepparsi di fronte all’accelerazione esponenziale impressa
alle trasformazioni. La “cultura” indispensabile alla sopravvivenza, pur
rinnovandosi in un processo costante di aggiornamento rispetto alle
ineluttabili mutazioni naturali e storiche, conservava nel passato una sua
specificità, sia perché relativa ad un’area limitata, sia perché i cambiamenti
erano in genere di piccola entità e diluiti nel tempo. Oggi invece, di fronte a
trasformazioni radicali e istantanee, di portata globale, e ad una interazione
sempre più ravvicinata con culture diverse, essa risulta costantemente
inadeguata, soggetta ad una rapidissima obsolescenza e ad un’uniformazione su
standard al tempo stesso depauperanti (perché non consentono più di elaborare
risposte specifiche di adattamento) ed eccessivamente complessi. La domanda è
questa: il nostro cervello è in grado di assorbire schemi e modelli
comportamentali sempre più ipertrofici e, soprattutto, sempre meno agganciati
ad un correlativo genetico e ambientale? Ovvero (e cito me stesso): “stimoli
eccessivamente contraddittori, in successione troppo accelerata, in che modo e
in che misura possono essere assimilati? Multiculturalità - dobbiamo avere il
coraggio di chiedercelo - non significherà in fondo, e prima di tutto per
ragioni biologiche (e non etniche, sia chiaro), nessuna cultura?”
E con questo, credo di essermi
giocato buona parte delle credenziali di post-moderno. Ma non è finita.
Passiamo al rapporto col “nuovo”. Non si tratta, a mio giudizio, soltanto di
rifiutarne l’enfatizzazione. Quella che mi sembra caratterizzare la nostra
epoca è un’accettazione indiscriminata e passiva della novità, nel bene e nel
male, come ci si trovasse sempre di fronte a qualcosa di ineluttabile.
Certamente il nuovo è ineluttabile, anzi, la ricerca costante e cosciente
dell’innovazione è proprio ciò che caratterizza la condizione umana, che la fa
differire da quella degli altri animali e che sostanzia l’evoluzione culturale
(anche quella naturale, certamente, altrimenti non ci sarebbe evoluzione: ma in
questo caso la novità arriva casualmente, non è cercata). Ma non è detto,
proprio perché si tratta del frutto di una azione volontaria e cosciente, nella
quale entra in ballo l’opzionalità, che la scelta debba andare sempre e
necessariamente in direzione del nuovo. La tendenza post-moderna sembra invece
quella ad inglobare, fagocitare tutto, magari a denti alti. Io sono un po’ in
ritardo a livello evolutivo, ho una digestione difficile. Mi riesce ad esempio
indigesta la celebrazione delle nuove tecnologie multimediali come capisaldi
ineliminabili e fondanti, nella nostra era, della democrazia. Ineliminabili,
purtroppo, credo lo siano davvero: ma quanto al ruolo di democratizzazione, al
potenziale di partecipazione politica e sociale che dovrebbero indurre, nutro
qualcosa di più che delle perplessità. Sono fermamente convinto che sortiscano
invece l’effetto opposto, quello da un lato di creare una dipendenza sempre più
disarmata e acritica nei confronti del potere, e dall’altro di disperdere e
zittire in una confusione inverosimile di voci e di segnali e di contatti ogni
già debole vagito di dissenso. L’opinione di Vattimo è che occorra impadronirsi
delle nuove tecnologie, dei nuovi strumentari informativi e formativi, per
impedirne la gestione monopolistica da parte dei poteri forti: e fin qui non posso
non essere d’accordo. Ma non lo seguo più quando mostra di credere che il
problema stia nell’uso positivo o negativo dei media, e non nella loro
intrinseca natura (riproponendo la favoletta della neutralità della scienza e
della tecnica), o addirittura che l’evoluzione di questi ultimi sia sfuggita al
controllo del totalitarismo pseudo-democratico del capitale, finendo per
nutrirgli una serpe in seno. Temo che queste siano solo pie illusioni, nel
senso letterale, cioè dettate da un sorta di “pietas” nei confronti
dell’umanità e dell’angoscia intrinseca alla sua condizione.
La stessa pietas porta Vattimo a
riconsiderare e a rivalutare il ruolo delle religioni, e ad aprire un dialogo
con le loro rappresentanze istituzionalizzate. In sostanza, una volta presa
ufficialmente coscienza, con Nietzche e con Heidegger, della tragica
insignificanza dell’esistenza umana, il pensiero occidentale si è trovato di
fronte ad un vuoto di senso che non è in grado di colmare, rispetto al quale
non trova risposte che non attengano ad una individualissima e stoica dignità.
È chiaro che tali risposte sono riservate a pochi, e che a rigor di logica non
si tratta nemmeno di risposte, ma soltanto di rese incondizionate ad una
brutale realtà, riscattate talvolta da atteggiamenti lucidamente coraggiosi. Ed
è altrettanto evidente che alla stragrande maggioranza dell’umanità non possono
essere chiesti questo coraggio e questa lucidità, che nascono solo da una
fortunata quanto rara combinazione di attitudine psicologica e di strumenti culturali
adeguati. A questo punto, dice Vattimo, ben vengano le religioni: se esiste una
coscienza morale diffusa, se valgono dei principi che consentono la convivenza
più o meno pacifica degli umani sulla terra, poco importa che gli stessi siano
stati indotti attraverso timori o credenze superstiziose e siano tenuti in vita
da promesse escatologiche o da minacce di dannazione. Le religioni danno la
risposta che gli uomini vogliono sentire, quella che esorcizza la morte, o
negandola o caricando in qualche modo di senso la vita: questa risposta li
tranquillizza e li dispone ad accettare delle regole, cioè sostanzialmente dei
vincoli, delle limitazioni, che stanno alla base della socialità. Non fa una
grinza, ed è senz’altro vero che la secolarizzazione, una volta esauriti i
palliativi delle grandi ideologie sociali e politiche, sta lasciando emergere i
suoi limiti e i suoi rischi; così come è vero che questi ultimi sono aggravati,
invece che attenuati, dalla nuova ondata di religiosità “spontanea” che sfugge al
controllo delle chiese tradizionali.
Il problema nasce però al momento
di trarre da queste constatazioni delle conseguenze. Se parto dal presupposto
che la risposta religiosa sia una bugia consolatoria, posso poi intraprendere
un dialogo alla pari con chi considero, bene o male, un bugiardo? So che in
certi casi gli interlocutori non te li puoi scegliere, e che Vattimo dialoga
con i teologi ufficiali perché altrimenti la sua voce non avrebbe alcuna
risonanza nell’ecumene religiosa: ma quel che mi chiedo è se questo dialogo sia
poi necessario. Anche a voler prescindere dai ruoli di potere, dalle guerre
sante, dalle inquisizioni, dal bieco sfruttamento dell’ignoranza superstiziosa,
cosa c’è da dirsi, se non che ciascuno deve essere libero di scegliere a chi
porre le domande e deve accordare a ciascuna risposta, se non egual credito,
una eguale dignità? Il che è l’ultima cosa che ogni confessione religiosa
accetta di sentir dire. L’impressione continua ad essere quella di un
“integralismo della tolleranza”, che si manifesta in positivo nella difesa
programmatica della differenza, della pluralità di voci, del multiculturalismo,
ma che a furia di andare “oltre” ogni moderna categorizzazione
(destra-sinistra, conservatorismo-progressismo, razionale-irrazionale, ecc..)
finisce per patire in negativo l’assenza di riferimenti orientativi.
Ora, io sono molto confuso, e di
punti di riferimento ne ho davvero pochi: ma non mi va di spacciare una
confusione per una condizione. So di essere confuso proprio perché vorrei avere
le idee un po’ più chiare; e questo, a dispetto delle apparenze, non è molto
post-moderno. Non lo è nemmeno il fatto che non considero sempre positivo il
concetto di tolleranza, o meglio, l’interpretazione corrente che se ne dà. Non
mi piace “tollerare”, e meno che mai sono disponibile a farlo con chi non dà
prova di reciprocità, così come mal sopporto l’idea di “essere tollerato”.
Voglio capire, e pretendo di essere capito. Questo atteggiamento non mi
garantisce un grande spazio relazionale nel mondo, ma quello che ho mi basta ed
avanza. Non ho bisogno di navigare su Internet e di mettermi in contatto con i
Làpponi per scambiare opinioni. Mi manca quasi il tempo per farlo con i vicini
di casa, o con chi vive con me, e questo sarebbe davvero più importante. So che
un discorso del genere appare semplicistico, che le cose nella vita sono ben
più complesse e che non si scansa la complessità fingendo di ignorarla: ma non
credo nemmeno che la soluzione sia quella di abituare il nostro stomaco a
ingollare di tutto in nome del pluralismo alimentare, o la nostra mente a
nutrirsi delle “visioni del mondo” moltiplicate (?) dai media di cui Vattimo è
ghiotto.
Cosa rimane allora della mia
post-modernità? Ben poco, direi. L’ho impallinata io stesso, e confesso di
essermi divertito a farlo. Tra l’altro, mentre scrivevo questo sproloquio avevo
di fronte il busto di Leopardi e la foto di Hardin, ed ho avuto per un attimo
l’impressione che entrambi mi sorridessero.