TAPIRO!

 

Ragazzi, l’ho visto! In un pomeriggio torrido, in mezzo a una savana artificiale declassata a parcheggio, ho visto il tapiro. Era capitato in Ovada con una sorta di raffazzonato zoo ambulante, del quale costituiva l’attrazione principale. Muri e viadotti, per una decina di chilometri attorno erano stati tappezzati di manifesti di un rosso vivace, sui quali campeggiava l’immagine dell’animalone bicolore e la scritta “Tapiro!”, cubitale, con il punto esclamativo. E sotto “unico esemplare in Italia”. Mi hanno preso immediatamente, quell’immagine e più ancora la scritta, “Tapiro!”, senza articolo e con l’esclamativo. Ho continuato a rivederle per più giorni, non potevo farne a meno, nel tragitto tra Lerma ed Ovada il manifesto compariva almeno venti volte. Venti esclamativi! E così ho finito per andare a visitare il caravanserraglio, e a vedere il tapiro.

Quindicimila d’ingresso. Una bella emozione, già da subito. Dentro una gran puzza e pochi animali, ma molto esotici. Galline tibetane, molto simili alle nostre, anzi, identiche; caprette del Perù, anche quelle identificabili solo dal passaporto; cavalli, un dromedario, ferocissimi galli messicani da combattimento, tutti in una stia, a razzolare tranquillamente assieme; un lama, uno gnu e poco altro. Ma in compenso c’erano il marabù e la star, proprio lui, sua maestà il tapiro. Che poi è un poveraccio, un incrocio tra un maiale e un ippopotamo, goffo, con un muso da vittima più interrogativo che esclamativo, oppresso da un nasone di cui, stando in una gabbia, non sa assolutamente cosa fare (e nemmeno ho capito a cosa possa servirgli fuori). Questo poi non era nemmeno bicolore: indossava uno spelacchiato mantello setoloso, di colore indefinibile, un marroncino sporco. Bofonchiava annoiatissimo, spostandosi nell’afa il meno possibile, quel tanto sufficiente a guadagnargli due sparute strisce d’ombra. A dirla tutta, faceva una gran pena.

Quando sono uscito (per vedere tutto, anzi, per ripetere il giro due volte, cinque minuti sono stati più che sufficienti,) la domanda era già lì ad attendermi. E sul momento, diciamo sull’onda dell’emozione, o forse del gran caldo, non ha ricevuto risposte soddisfacenti. C’è voluta l’ironia degli amici, che hanno commentato come fossi io l’esemplare unico, l’unico italiano che aveva visto il tapiro, a costringermi ad una seria riflessione.  Mi sono chiesto dunque cosa può spingere un adulto cosciente, passabilmente normale, a spendere quindicimila lire per vedere un malinconico maialone. Nel mio caso senz’altro una parte nella suggestione l’ha avuta la scritta. Quell’esclamativo evocava certi titoli degli albi di Tex, Navahos! Anaconda! Mephisto!…, e quindi l’avventura, il pericolo, il mistero. Un colpo di genio pubblicitario. Ma non era questo il motivo profondo. Il vero motivo erano le reminiscenze salgariane. Come sopravvivono i bucanieri braccati nella foresta, o Josè il Peruviano alle pendici delle Ande, o un sacco d’altri personaggi sperduti nei più selvaggi anfratti del globo? Mangiano carne di tapiro. Quando sono allo stremo, pressati dai nemici o dispersi in zone sconosciute, spunta provvidenziale un tapiro, e finisce in bistecche. Ma è anche il piatto forte di banchetti selvaggi, cotto allo spiedo in notti di festeggiamenti o in improvvisati bivacchi. Doveva essere una fissazione, per l’Emilio, quella del tapiro. Gli veniva a pennello, è un animale diffuso in tutti i continenti calcati dai suoi avventurieri, niente pericoloso, esotico quel che basta per eccitare la fantasia. Perfetto per salvare la situazione e per mantenere l’atmosfera. Come le testuggini e i tacchini selvatici (le tre T alimentari di Salgari) è facile a catturarsi, offre cibo in abbondanza e aggiunge (letteralmente) sapore all’avventura. Mica possiamo immaginare il bucaniere che spenna una gallina.

Dunque, ho visto il tapiro: ma la mia non era una curiosità, era un omaggio. Un pellegrinaggio, come andare sulla tomba di Leopardi, o a Santa Croce. Non sto scherzando: perché alla fin fine, a dispetto della povertà dello spettacolo e dell’insignificanza del protagonista, devo confessare che una certa emozione l’ho provata. Del resto, cosa accade quando ci accostiamo con religiosa compunzione ai sepolcri dei nostri Grandi Maestri, o radiografiamo con curiosità devota, ma anche un po’ forzata, gli angoli più anonimi del palazzo di Recanati e del casale di Santo Stefano Belbo? Il “sospiro che dai tumuli a noi manda Natura” non è certo quello degli spiriti magni, sovrastato ormai dal vocio delle fiere culturali e turistiche allestite sulle loro spoglie: è invece quello della memoria, delle fantasie, dei sogni e degli ideali che romanzi e poesie, o magari canzoni, ci hanno ispirato, quando ancora il nostro fantasticare non era telecomandato. Quelle mura spoglie, la sedia, il tavolo di scrittura, la pietra tombale, non ci comunicano alcunché di nuovo, non ci aiutano a costruire alcuna aura. Non siamo lì per trovare Leopardi o Pavese, siamo lì per ritrovare una parte di noi stessi che non vogliamo vada perduta.

Hanno un senso, dunque, questi rituali, queste occasioni commemorative intimamente celebrate? Lo hanno, se siamo capaci di darglielo. Lo hanno se riusciamo ad ignorare lo squallido mercato di icone o di convegni di cui è oggetto tutto ciò che ci ha appassionato, se rifiutiamo l’imprigionamento di ogni nostra fantasia in confezioni patinate o in puzzolenti baracconi, se difendiamo il nostro diritto alla privacy del sogno. Se riteniamo cioè che le cose non importino per quel che sono, ma per quel che rappresentano, o hanno rappresentato. E allora, se il gusto che sentivamo a dodici anni nell’addentare il pane era quello della galletta dei corsari o della tortilla degli scorridori, e se strappavamo a morsi le cuoiose bistecche dell’adolescenza come fosse carne di bufalo affumicata, e se questo ce le faceva amare e digerire, ben venga il tapiro, cari amici, e bando all’ironia. Con quindicimila lire ho fatto un viaggio nella stagione più bella della mia vita: e se penso che ho visto anche lo spolpatore di cadaveri della jungla nera, l’immondo marabù, e ne ho ascoltato il verso, quella specie di lugubre singulto che gela il sangue nelle vene a Tremal Naik , figlioli, il viaggio era proprio regalato!

 

PAOLO REPETTO