Credo che pochi possano
azzardare un titolo come questo. Solo quegli autori che occupano quasi uno
scaffale nel settore scienze umane. Infatti il titolo non è mio, è di un libro
di T.W.Adorno, libro che peraltro non ho mai letto e che non ha alcuna
attinenza con l’argomento che vado a trattare. Serve solo introdurre il tema
vero, quello proposto tra parentesi: quanto sia importante un titolo che suona
giusto.
Ho
sempre subìto la seduzione dei titoli azzeccati. Di quelli molto musicali,
soprattutto di quelli metricamente ben scanditi: per esempio, quello di cui mi
sono sfacciatamente appropriato è un perfetto doppio ottonario, che mi aveva
immediatamente affascinato perché suggerisce una inspirazione ed una
espirazione complete. Lo tenevo in fresco da trenta e passa anni, aspettando il
momento per giocarmelo al meglio. Nel frattempo ho fantasticato tutti gli usi
possibili di un libro con un titolo simile: deterrente per gli scocciatori che pretendono di
dividere con noi lo scompartimento ferroviario ( il volume abbandonato supino
sul sedile, la copertina spalancata, come in una pausa momentanea): oppure
posato con noncuranza, ma bene in vista, sulla cattedra dell’esaminatore, come
scelta di lettura facoltativa. O ancora, da far trovare sul tavolo in occasione
delle visite di parenti, per abbreviarle: o sulla scrivania, alla vista dei
visitatori, per metterli subito al loro posto. Ma non l’ho mai comprato. Temevo
mi vincesse la curiosità di leggerlo, o quanto meno di sfogliarlo, e che
l’incanto svanisse.
Non è andata così, invece, per un altro
dei miei titoli preferiti, Il cuore è un cacciatore solitario,
endecasillabo in tre battute che traduce mirabilmente il triplice soffio del
novenario originale: The heart is a lonely hunter. In questo caso da
esso mi è venuto uno stimolo fortissimo alla lettura, e sono grato alla
McCullers di averlo scelto. L’endecasillabo trifasico è indubbiamente il mio preferito:
qualcosa che si intitoli Sogno di
una notte di mezza estate è un capolavoro già in sé, e Se una
notte d’inverno un viaggiatore o Passeggiate nei boschi narrativi
non possono non imprimersi tentatori nella memoria. Ma apprezzo anche il
dodecasillabo in doppio senario, soprattutto quando è intriso di una secchezza
anticipatrice come ne La solitudine del maratoneta: e godo della perfezione ritmica di novenari
come L’inverno del nostro scontento o Ilona arriva con la pioggia,
anche se in questi casi la lettura non conferma l’incantesimo. Ho notato per
inciso come stranamente Leopardi, creatore di suggestivi incipit
endecasillabici, prediliga nelle
titolazioni gli ottonari ( La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio,
L’ultimo canto di Saffo), più
raramente i novenari ( La quiete dopo la tempesta, Cantico del gallo
silvestre), salvo poi sforare fino alle quattordici sillabe del Canto
notturno o dei Paralipomeni.
Perché tutta questa attenzione per i titoli? Perché il titolo non è solo parte
integrante dell’opera, ma viene prima e dopo l’opera stessa. Ne è l’annuncio e
il veicolo pubblicitario, e quindi deve contenere dei messaggi forti che
riguardino i contenuti, i personaggi e le atmosfere, o che non li riguardino
affatto ma chiamino in causa la curiosità e la capacità associativa del
lettore. Può farlo in molti modi. Può suggerire ad esempio alcuni aspetti
dell’argomento, lasciandoci poi il gusto di riconoscerli nel testo: In mezzo scorre il fiume riesce a
condensare l’elemento unificante, il fiume appunto, e il rapporto con esso e
con la pesca, ma anche la diversificazione dei destini dei due protagonisti,
perché il fiume che li unisce è anche metafora di una vita affrontata in modi
dissimili.. Allo stesso modo, Il senso di Smilla per la neve anticipa
sia l’ambientazione che la straordinaria personalità della protagonista.
Ma il messaggio può scegliere anche strade
diverse, per esempio quella dell’incisività, che non suggerisce ma impone il
contenuto ( formidabile la triade bisillabica di Camus, L’etranger, La peste, La chute, ma riesce anche
molto incisivo, ad esempio, Senilità di Svevo ). Oppure quella della stranezza,
che punta sullo spiazzamento del lettore: Qualcuno volò sul nido del cuculo
non ci dice assolutamente nulla dei contenuti ( ma anche The Catcher in the rye, l’originale de Il
giovane Holden, alla lettera “L’acchiappatore nella segale”,
in questo senso non scherza), e tuttavia ci lascia una gran voglia di sapere
perché diavolo l’abbia fatto - di volare nel nido del cuculo, intendo. O,
ancora più sottile, quella della banalità, che non risulta più tale quando va a
titolare un libro, e che ci spinge a leggere Morte di un apicultore
(sembra il titolo di un breve di cronaca sul giornaletto locale) o Il
pomeriggio di un piastrellista. Più
smaccata, in questo senso, appare la maniera pirandelliana, che gioca ad
anticipare il paradosso contenuto nel
testo: Così è, se vi pare, Ma non è una cosa seria, Stasera si
recita a soggetto, ecc… ( ma anche Pirandello, con Uno, nessuno, centomila
conia uno splendido novenario in tre tempi crescenti ).
La funzione ruffiana del titolo non si
esaurisce però con lo stimolo alla lettura. Come dicevo, il titolo ha un suo
ruolo anche dopo la lettura, deve favorirne l’archiviazione mentale. Il
grande amico Meaulnes, Giuda l’oscuro o La luna e i falò rimangono
indelebili nella memoria, mentre Tre operai, Menzogna e sortilegio e
Allegoria e derisione li si dimentica prima ancora di aver richiuso i
volumi ( ma forse c’entra anche la qualità delle opere). È vero peraltro che
alcuni titoli si impongono a dispetto o proprio in ragione di una cacofonia. È
il caso di Con gli occhi chiusi, decisamente una delle titolazioni più
sciatte della nostra letteratura, seconda solo forse a Il Sempione strizza
l’occhio al Frejus (mi chiedo come si fa a leggere un libro con un titolo
simile: e infatti mi sembra non lo legga più nessuno); oppure de La mia
Antonia, di Willa Cather, che mi intriga, malgrado a pronunciarlo impasti
la bocca e suggerisca scenari domestici.
Altri invece sortiscono l’effetto opposto. Uno dei più bei racconti che
abbia mai letto è contenuto ne L’italiano, di Thomas Bernhard: morire
che mi ricordi una volta il titolo quando voglio consigliarlo a qualcuno.
Tutto ciò, in realtà, attiene soprattutto
a quel che noi leggiamo nei titoli, che non sempre corrisponde a quel che gli
autori volevano dirci. Ad esempio, ritengo possibile una netta distinzione
d’intenti tra titoli che anticipano l’universalità del tema e titoli che
rimandano ad una vicenda particolare. Quando si titolano le proprie opere Il
rosso e il nero, Guerra e pace, Ragione
e sentimento, Delitto e castigo, I sommersi e i salvati, si gioca
su una opposizione archetipica, sulla conflittualità dialettica nella
quale si riassume la storia dell’umanità, e che viene raccontata generalmente
da voce esterna, con uno sguardo obiettivo ed estraneo alla scena. Al contrario, se si utilizzano le generalità
di un singolo ( Tonio Kroger, Lucien Leuwen, Anna Karenina ), o
addirittura il nome proprio ( Adolphe, Renée ) o il nome più una
connotazione particolare (Il giovane Holden, La signorina Else, Gimpel
l’idiota) si avverte il lettore che
la narrazione avverrà dall’interno, e il mondo e il resto dell’umanità ci
arriveranno attraverso la coscienza che ne ha il protagonista. Naturalmente non
è sempre così, e per esempio nei romanzi di Dickens il titolare-protagonista è
più pretesto alla rappresentazione che filtro della stessa: ma non bisogna dimenticare che in buona parte
dei casi la scelta è dettata dalle mode correnti, e anche il realismo
postromantico non poteva rinunciare ad allettare il pubblico con la promessa di
un eroe. La combinazione delle due tipologie non può infine che produrre titoli
apparentemente neutri: L’uomo senza qualità, in quanto è un singolo che
non ha nome, ci rimanda ad un protagonista che è l’uomo moderno in generale.
L’importanza e le valenze attribuite al
titolo non sono comunque le stesse in tutti gli autori. Manzoni arriva a
sacrificare la fluidità del suono (Gli sposi promessi, senario in tre
battute in crescendo ) alla correttezza del messaggio (Renzo e Lucia sono
“promessi” per tutta la durata del romanzo, e “sposi” solo nell’ultima pagina),
mentre Melville depista la nostra attenzione sull’antagonista, Forster
sul peso della situazione rispetto alle scelte (Camera con vista,
Passaggio in India) e Sthendal sul teatro della vicenda (La certosa
di Parma). Svevo decreta invece la destinazione al macero del suo primo romanzo,
affibbiandogli il più anodino e scoraggiante dei titoli, Una vita, tra
l’altro già usato pochi anni prima da Maupassant ( l’avesse titolato Una
morte, o avesse riscattato il sostantivo con una aggettivazione, forse
avrebbe incontrato una diversa fortuna).
Chi sembra potersene infischiare del
messaggio di copertina sono i poeti. Per essi il volume è più un contenitore di
fogli sparsi che un assieme, e questo giustifica le notarili titolazioni: Canti,
Canzoniere, Poemetti, Laudi o, scelta di olimpica
indifferenza, semplicemente Poesie. È pur vero che le eccezioni sono
tante, ma l’atteggiamento di fondo rimane quello. Nel loro caso, a quanto
pare, la promessa è da ritenersi già
implicita nel nome
Nessuna promessa invece, di nessun tipo,
nelle mie titolazioni. Sono partito da me e ritorno, prima di chiudere, ai
criteri delle mie scelte. Il titolo è per me determinante non solo per la
motivazione alla lettura, ma anche e soprattutto quale incentivazione alla
scrittura. Non lo formulo mai a posteriori, adattandolo alla materia trattata,
ma a priori, e finisco per adattare ad esso la materia. In pratica quando
scrivo ho necessità di aver chiaro non tanto l’argomento ( e si vede ) quanto
il titolo. In più di un caso mi è capitato di scrivere sotto lo stimolo di una
bella titolazione che mi era passata per la testa, e che ritenevo di non poter
sprecare ( e ciò spiega, almeno in parte, la futilità di molti degli assunti
attorno ai quali mi sono cimentato, primo tra tutti quello che ha dato origine
a questo articoletto).
Questi titoli, come si sarà ormai capito,
non sono mai originali, ma si limitano a parodiarne altri, desunti dai generi
letterari o saggistici più svariati, dal cinema, dalle arti figurative e dalla
musica. Non credo di aver mai coniato un titolo che non strizzasse l’occhio al
mio ipotetico lettore, rimandandolo ruffianamente ad una comune formazione, e
cercandone quindi la complicità. Ciò ha senz’altro a che fare con la mia
concezione della scrittura come forma di comunicazione ristretta, per circoli
di intimi, ma è soprattutto connesso ad un’esperienza del mondo e della vita
totalmente filtrata dalla lettura, a dispetto
delle condizioni in cui si è realizzata. Non ho mai potuto fare a meno
di “riconoscere” le mie esperienze nei libri, o addirittura di mediarle da
subito attraverso le conoscenze libresche. E questo ci traghetta, finalmente
alla questione di fondo.
Credo che a monte del mio atteggiamento,
sia in ordine alla scelta dei titoli che, più in generale, rispetto alla scrittura,
ci sia una radicata convinzione: quella che tutti i temi fondamentali relativi
all’uomo e al suo posto nella natura e nella storia fossero già stati trattati
ai tempi di Esiodo, e che tutto ciò che è seguito non sia che riscrittura.
Dalla Bibbia e da Omero in poi ogni opera non è che commento o aggiornamento
delle precedenti, e la varietà dei titoli ci racconta le evoluzioni, più che
l’evoluzione, della cultura, il moltiplicarsi delle risposte a quelle che
rimangono sempre le stesse domande. In quest’ottica, titolazioni troppo nuove o
originali possono essere accattivanti e curiose, ma sono in definitiva
fuorvianti. La favola rimane bene o male sempre quella. Pertanto, come
postmoderno dissidente e praticante ecologista, applico questa convinzione, e
riciclo a modo mio quanto è già stato prodotto. Cosa che, detto francamente, è
anche molto più comoda.
P.S. - Ho acquistato
recentemente su una bancarella un’ennesima copia del Mozart auf der Reise
nach Prag, di Eduard Morike, affascinato dalla stupenda veste editoriale
della vecchia Biblioteca Romantica Mondadori.
L’edizione è fantastica, la versione di Tomaso Gnoli restituisce una
patina quasi ottocentesca al linguaggio:
ma il titolo! È stato tradotto in Mozart in viaggio per Praga, ottonario
che rispetta alla sillaba l’originale, ma non ne trasmette affatto la
musicalità. Ci dice solo prosaicamente che Mozart va a Praga, del che
sinceramente non ci frega granché, e potrebbe essere utilizzato al più come
didascalia per una illustrazione. È la prima volta che trovo questa traduzione:
ho sempre conosciuto questo testo sotto la titolazione Mozart in viaggio verso
Praga, perfetto novenario in crescendo ( 2 - 3 - 4 ) che ci comunica
ben altra cosa, quella cosa appunto che ha risvegliato il mio interesse. E cioè che il soggetto del
racconto è quel “verso”, vale a dire il viaggio, vale a dire gli incontri, le
peripezie, gli stupori nei quali incappano, lungo il tragitto, il giovanissimo
musicista e la sua dolce consorte. Questo ci si deve attendere da un titolo.