Il
più elementare bisogno di ogni essere umano è quello di essere amato. Come,
quanto, ha in fondo un’importanza relativa: ci si adatta, ci si accontenta. Ciò
che veramente importa è sapere che qualcuno ci pensa, ci desidera, si preoccupa
per noi, gioisce per le nostre gioie e soffre per le nostre pene. Questo
bisogno ci accompagna per tutta la vita, in modo e in misura diversa, e ogni
nostro atto, ogni nostra scelta mirano in realtà alla sua soddisfazione. Nei
bambini e negli anziani esso si manifesta soprattutto come desiderio di
attenzione, quindi di affetto: i primi tentano di guadagnarselo col
comportamento, esemplare oppure conflittuale, i secondi cercano di conservarlo,
rassegnati alla perdita della capacità di attrazione, facendosi oggetto almeno
di preoccupazione. Ma è nell’adulto che il bisogno d’amore assume il suo vero,
compiuto aspetto: quello del desiderio di essere desiderato. Tale
desiderio non può essere soddisfatto o compensato dagli affetti, quelli indotti
dai legami di sangue, da una sorta di obbligo o di riconoscenza biologica. Esso
è desiderio “puro”, fine a se stesso, che non ha origini genetiche, ma risponde
ad un diverso meccanismo biologico: quello dell’attrazione.
Il bisogno di essere amati è una forma di egoismo che non trae origine dalla nostra storia naturale. È un egoismo presente solo negli umani, perché ha una matrice culturale. Esso è infatti ingenerato dalla consapevolezza della morte. La coscienza della nostra precarietà ci crea un’urgenza, un’esigenza irrefrenabile. Dobbiamo riempire questa precarietà andando ad invadere altre vite, vivendo, attraverso il bisogno creato in altri, anche esistenze diverse dalla nostra. È un modo per stordirci, per esorcizzare la paura. E si esprime in varie maniere.
Per molti, per tutti coloro che per qualsivoglia motivo debbono rinunciare all’amore terreno (inteso appunto nei termini del “suscitare desiderio”), ci sono le ali infinite di quello divino: ci si barrica dietro la convinzione che, se non qui, almeno lassù c’è chi pensa a noi (in realtà questo non sarebbe amore, ma affetto, l’affetto del creatore per la sua creatura: ma è meglio che ciò non sia chiaro, perché getterebbe nella costernazione un sacco di gente). Per altri si esprime sotto la forma del potere, di qualsiasi tipo: politico, economico, o anche semplicemente domestico, all’interno del microcosmo familiare. Tenere in pugno più persone possibile, esercitare un controllo sulle loro vite, è un surrogato dell’essere amati, che mira allo steso scopo: vivere anche la vita degli altri, condizionarla. Per qualcun altro, infine, questo desiderio rimane espresso nella sua forma più pura ed elementare.
Io credo di appartenere a quest’ultima schiera. Ho un bisogno devastante, una impellente e costante necessità di essere amato. Questa pulsione si è manifestata attraverso le consuete fasi: quella infantile della ricerca di approvazione e di protezione parentale, che mi ha portato ad identificare nella famiglia il rifugio, il baluardo, e al tempo stesso il valore assoluto rispetto al quale educare il senso del dovere e al quale sacrificare ogni impulso trasgressivo; quella adolescenziale, della ricerca dell’ammirazione del gruppo, dell’integrazione nello stesso e, possibilmente, di una leadership, da guadagnare e da esercitare in tutti i campi; quella adulta, in cui ho sublimato a lungo, per quasi tutto l’arco della maturità, il desiderio di reciprocità spirituale e fisica in una ricerca indiscriminata di consenso, in bisogno di essere stimato, nella necessità di propormi come figura esemplare. Solo al crepuscolo di questa stagione sono stato in grado di leggermi veramente dentro, e di esplodere. E da allora ho dato al mio desiderio libero corso, lasciandolo impetuosamente erompere, senza più costringermi a disciplinarlo o nasconderlo.
Ma l’accettazione di un bisogno, il suo riconoscimento, non implicano affatto la sua soddisfazione. Anzi. Accade esattamente il contrario. Perché il bisogno esploda, perché si riconosca di essere condizionati da questo desiderio di essere desiderati, è necessario scontrarsi col rifiuto, col fallimento. Ho sempre creduto che ci si potesse innamorare solo di chi ci ricambia (“amor che a nullo amato amar perdona”) e invece avviene esattamente l’opposto. Quando ho creduto di essere ricambiato, di essere il protagonista del gioco e di suscitare desiderio, non ho affatto riconosciuto il bisogno. Mi sembrava tutto naturale, non avvertivo alcuna tensione. E il bisogno invece è tensione, aspirazione a qualcosa cui non possiamo arrivare. Il desiderio è tensione destinata a non placarsi. Questo è il paradosso dell’amore. Che appunto in quanto desiderio esiste solo nella misura in cui non viene appagato. Non è una condizione, se non nel senso che “ci condiziona”: è un viaggio, un percorso, una ricerca, un movimento verso qualcosa che è destinato comunque a sfuggirci.
Credo sia questa la ragione per cui gli uomini hanno tanta paura dell’amore. Inconsciamente sanno che non può portare che sofferenza. E preferiscono evitarsi quest’ultima, anche a prezzo di non vivere il più umano dei sentimenti.