Quando si parla di via
alla conoscenza, o di cammino verso il sapere, non si ricorre soltanto ad una
trita metafora. Si esplicita visivamente un radicato convincimento, quello che
associa il percorso mentale al movimento nello spazio. Non appena l’Ulisse
dantesco si appella alla necessità di “seguire vertute e cagnoscenza”, i suoi
compagni sanno già cosa li aspetta. Magari preferirebbero vivere come bruti, e
a lungo, ma l’umano destino è quello di dar mano ai remi, drizzare la prua
all’orizzonte e spingersi fino all’estremo: anzi, fino in fondo al mare.
L’apologo riassume esemplarmente la condizione di ambiguità congenita al cammino del pensiero, la miscela di grandezza e dannazione che lo caratterizza; ma soprattutto la traduce in concreto e materiale spostamento . È così infatti che di norma ci rappresentiamo il conoscere: dal momento che solo dello spazio abbiamo una percezione sensoriale, iscriviamo visivamente in esso le geografie delle possibilità e dei limiti umani. Consideriamo lo spazio come il mezzo da attraversare per approssimarci alla verità, ma insieme come la distanza che ce la nega. Per avviarci verso la conoscenza reputiamo necessario sradicarci, strapparci da ogni legame remoto o immediato, incontrare genti e luoghi e idee e costumi sempre nuovi, fingendo di ignorare che da questi incontri trarremo solo la coscienza di quanto poco ci è stato dato rispetto al molto che non abbiamo avuto e non avremo. La parabola marinara può essere sostituita con quella aviatoria di Icaro, o con la corsa disperata per montagne e per valli del vecchierello leopardiano: la sostanza non cambia. Conoscere equivale per noi a viaggiare, il viaggio è assieme anelito e costrizione, e la meta è il fondo dell’abisso, il Maelstrom orrido e immenso ove precipitando si oblia il tutto.
Ora, mentre non sussistono dubbi sull’approdo finale, che è comunque tragico a dispetto di tutte le interpretazioni più o meno consolatorie che ne sono state date ( in uno spettro che si estende dal Nulla a Dio) andrebbe invece rimeditata l’identificazione della conoscenza con il movimento nello spazio. Varrebbe cioè la pena chiedersi perché lo spostamento fisico o mentale sia stato e sia considerato condizione necessaria e spesso sufficiente del conoscere, come esso abbia finito per “orientare” e determinare i modelli conoscitivi, e se dalla realtà attuale del viaggio possano ancora scaturire elementi di conoscenza che rispondano almeno a tali modelli.
Torniamo alla metafora dell’itinerario spaziale alla conoscenza: essa è antica quanto l’aspirazione alla conoscenza stessa, ed ha il suo fondamento nei modi e nella direzione in cui la conoscenza si è sviluppata. Il sapere, come ogni altro aspetto della vita, evolve per sintesi di opposti, di diversità che si incontrano e si fecondano. Maggiore è la diversità, la distanza, maggiori sono le possibilità messe in gioco. In questo senso il viaggio, lo spostamento, funge indubbiamente da moltiplicatore di quelle occasioni di incontro e di ibridazione dalle quali si generano idee nuove; ma esso implica anche l’adozione di un’attitudine, di un habitus mentale particolare, da viaggio appunto. Portare a spasso delle idee significa divellerle dal terreno culturale nel quale sono maturate, potarne le radici, disincrostarle dell’humus originario, alleggerirle insomma sino a renderle trasportabili: e poi adattarle bene o male al gusto e alle misure di coloro coi quali ci si confronta. Il che finisce per non attenere più soltanto al peso, ma incide sulla sostanza. Ogni bagaglio culturale che si esporta è necessariamente sottoposto ad un processo di standardizzazione, così come accade ad esempio per i cibi, la cui diffusione al di fuori dei luoghi tradizionali di consumo impone l’adeguamento a palati diversamente educati, a situazioni ambientali e a tradizioni alimentari differenti, e comporta quindi l’attenuazione o la perdita dei sapori forti, di tutte le caratteristiche legate alla disponibilità di particolari ingredienti o alla rispondenza a specifici fabbisogni. Si tratta di un processo del tutto normale, che investe ogni forma di interazione e di comunicazione già a partire dai livelli più elementari, anzi, è l’essenza stessa del comunicare: ma ciò non deve farci dimenticare che quando la diluizione di una cultura viene ripetuta infinite volte i valori, le proprietà e l’originalità di quest’ultima vengono ridotti a dosi omeopatiche.
Il problema - e che il problema esista basta a dimostrarlo lo stato attuale dell’interscambio culturale, il livello di qualità di quanto viene messo in circolo dalla globalizzazione - non concerne tuttavia solo il bagaglio. Assieme alle idee si trasforma anche il loro portatore, e soprattutto questi trasforma lo spazio nel quale si muove. Una volta lontano dai condizionamenti del luogo originario, da una sudditanza parentale o sociale che gli impone riti e limiti di comportamento, accetti o meno che siano, il viaggiatore è libero di ri-conoscersi in altre identità, ha modo di cogliere la sua singolarità nell’evidenza del contrasto, conosce e sperimenta nuove forme di approccio all’esistente. Ma sradicarsi non significa solo guadagnare delle opportunità, significa anche perdere in profondità, condannarsi alla superficie: e la forma di conoscenza che ne consegue non può che essere superficiale. Ci si rapporta agli spazi altri con uno sguardo laico, che ne coglie solo gli aspetti presenti, concreti e manifesti, avulsi da quella storia che conferisce ad ogni luogo una sua sacralità: e quindi li si dissacra e li si apre agli innesti, alle novità e alle trasformazioni. Ogni viaggio, di esplorazione, di colonizzazione, di commercio, ma anche turistico, o di studio, è dunque di per sé una profanazione, in quanto introduce un elemento estraneo, e una laicizzazione, in quanto il viaggiatore si spoglia dei modi e delle convenzioni cui è soggetto nella propria cultura, si riconosce come diverso e non si assimila, perché non vuole e perché non può, al mondo che incontra. In più, dal momento che nessuno può saltare oltre la propria ombra, l’estraneo coglie della diversità solo ciò che è commisurabile con quanto già sa e conosce. Circoscrive cioè l’ambito nel quale è in grado di comunicare, o presume di esserlo, e lo privilegia ai fini del rapporto che va ad instaurare. Questo ambito non può che essere quello degli elementi comparabili, delle grandezze e delle quantità, di ciò che è riconducibile a metri unificati e unificanti, siano essi culturali, economici o sociali: tutto il resto, ciò che si nutre attraverso radici che affondano nel tempo, che è radicato dunque, e non trasportabile, resta fuori.
Il fatto che solo ciò che sta in superficie possa essere messo in circolo, diventi oggetto e tramite della comunicazione, modifica conseguentemente anche le scale di valori dell’interlocutore indigeno, il rapporto di quest’ultimo col suo stesso mondo. In sostanza il riconoscimento reciproco tra il viaggiatore e l’ambiente nel quale questi si muove presuppone una semplificazione, l’adozione di un codice a livello del quale possa avvenire l’osmosi, ma a prezzo di un impoverimento stravolgente rispetto alla profondità e complessità delle culture in gioco. E pur essendo questo un dato di fatto abbastanza ovvio, perché senza la riduzione ad un comune denominatore non si darebbe l’incontro, non posiamo ignorarne le conseguenze rispetto al tipo di conoscenza che ne induce. In una situazione del genere, nella quale la disposizione conoscitiva del viaggiatore, e per induzione quella di chi lo incontra, è per forza di cose comparativa, la percezione delle differenze avviene in forma classificatoria, valutativa, a dispetto o forse proprio in ragione di ogni buon proposito di obiettività, ed è già intesa alla sintesi e alla composizione, quindi al loro annullamento. Il che significa che questo atteggiamento contempla il dubbio, la presenza di diverse possibilità e soluzioni, ma solo come sfida, e lo tollera solo in funzione del suo superamento, di una superiore composizione nella certezza. Questo atteggiamento noi lo chiamiamo razionalità.
E qui sta il problema. La razionalità è una forma della comunicazione, che si traduce in una modalità di conoscenza: ma è per l’appunto un modo, una forma. Noi l’abbiamo confusa con la sostanza, e abbiamo identificato il sapere con una delle sue possibili vie. Indagare il come e il perché ciò sia avvenuto va ben oltre gli intenti di questo scritto (e le capacità del suo estensore). Possiamo limitarci a notare, per inciso, come l’opzione razionalistica sia paradossalmente legata all’affermazione di una economia agricola stanziale in contrapposizione a quella pastorale nomadica; e come il paradosso sia solo apparente, perché il modo di produzione agricolo comporta in effetti il prevalere della necessità dello scambio rispetto a quella del confronto, e quindi il ricorso alla mediazione. Ma mediazione non significa accettazione della differenza, implica anzi il superamento della stessa, quindi il suo annullamento. Di conseguenza questa scelta, comunque la voglia considerare, cioè come propria della cultura occidentale e da questa imposta al resto dell’umanità, oppure intrinseca ad un necessario processo di civilizzazione, ha uniformato progressivamente, se non le capacità di risposta, almeno le aspettative e i bisogni, cioè i presupposti di ogni cultura: e ha pertanto reso nulla la portata conoscitiva dello spostamento, del viaggio. In un mondo equalizzato si finisce per incontrare dovunque lo stesso brodino culturale del quale oggi siamo nutriti, insaporito magari dagli aromi del folclore locale, ma identico negli ingredienti e nella sostanza. E il meticciato che consegue da questi incontri non risulta più fecondo di alternative, di direzioni e di scelte, ma solo di mode effimere e false vie di fuga. Di fatto dunque, prescindendo da ogni giudizio di valore sulla razionalizzazione del mondo e della conoscenza che ne abbiamo, possiamo constatarne una deriva suicida: perché azzerando anche le possibilità che erano insite in un confronto su schemi semplificati, azzerando cioè il confronto tout court, essa ha finito per avvitarsi su se stessa, celebrando insieme il proprio trionfo e la propria fine.
Non ci resta quindi che considerare se esistano altre opzioni conoscitive capaci di consentire una percezione diversa dell’esistente. Beninteso, non si fa qui riferimento al ciarpame esoterico messo sul mercato dalla new age, ai misticismi da salotto, alle esperienze sciamaniche o allucinatorie, all’import in versione patinata di saggezza orientale e induismo e buddismo. Il discorso vuole essere un po’ più serio, e concerne la direzione del movimento a conoscere e il tipo di conoscenza che questa direzione produce. Se, ad esempio, in luogo di muoverci orizzontalmente, nello spazio, proviamo a rapportarci all’altra dimensione, quella verticale lungo la quale scorre il tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Non siamo noi in questo caso a tracciare le linee. Noi possiamo percorrere gli spazi, chiuderli o dilatarli, tendiamo oggi persino ad annullarli: ma rispetto al tempo non ci è consentita alcuna domesticazione. Dobbiamo subirne il movimento, e rinunciare a qualsivoglia certezza. Nel tempo, e del tempo, non è data conoscenza razionale, a dispetto di tutto lo strumentario tecnologico o storiografico col quale ci illudiamo di imbrigliarlo: perché in esso le possibilità non si ricompongono, ma si aprono e si moltiplicano incessantemente, e non è consentito enumerarle, confrontarle, annullarle nella sintesi. Ma questo non significa che non sia data conoscenza alcuna: significa solo che per conoscere nel tempo è necessario piegarsi alla sua direzione, scendere cioè in profondità, e accettare di convivere con l’infinito ventaglio di opzioni che ogni attimo ha rappresentato e rappresenta, in altre parole col dubbio come condizione esistenziale e conoscitiva.
Proviamo a tradurre questa formulazione generica in percorsi concreti. Muoversi nel tempo può significare, ad esempio, ricostruire al di fuori degli schemi obbligati del dato di fatto gli itinerari che ci hanno portati ad essere quelli che siamo; e quindi scendere all’indietro nella memoria, personale o collettiva, per indagare quali strade si siano presentate, quali sono state scartate e perché, e se non sia ancora possibile recuperarne alcune, e se questo recupero non possa essere la risposta a domande che, nella condizione attuale, rimangono sempre inevase. Non dunque un’operazione di antiquariato culturale, snobistico e fine a se stesso, e neppure un pasticcio di contaminazione postmoderna, che implica comunque la neutralizzazione dei valori di ciò che viene recuperato, o il suo uso solo ornamentale. L’indagine deve muovere da un approccio ben diversamente motivato, dalla disponibilità a rimettersi in gioco e a cercare in un confronto col tempo quelle potenzialità alternative che lo spazio ormai ha esaurite.
Forse solo l’espressione artistica è in grado di offrirci metafore adeguate a questa modalità di conoscenza, quando riesce a sottrarsi all’orizzontalità del confronto spaziale e fissa in istantanee le terga del tempo, magari raccogliendo gli scarti che questi lascia lungo il cammino. Certamente essa ne coglie lo spirito allorché si ferma a riflettere perplessa sulla propria capacità di “comprendere” letteralmente il mondo, sul “questo, e perché non quello?”. Ciò significa abbandonare il convincimento da cui si erano prese le mosse, che cioè il correre, il muoversi per il mondo, sia sempre meglio dello stare, e il dis-correre, il mettersi a confronto, sia preferibile al tacere e al meditare. Può essere vero, in tanti casi, ma non lo è certamente in assoluto. È discutibile infatti che veder crescere un albero conferisca un sapere meno profondo dell’aver visto molti alberi diversi. Conferisce senz’altro un sapere diverso, meno spendibile sul piano dell’autoaffermazione, ma assai più pregiato sulla via dell’autocoscienza..
Se si assume questa possibilità,
di tramutare il desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del
tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Intanto ci si può
rendere conto del fatto che di norma per metà del cammino non facciamo che
tornare sui nostri passi e che, come confessava Montaigne, in verità conosciamo
bene solo ciò da cui fuggiamo, e non ciò che cerchiamo, e quindi più che
annullare distanze le creiamo, le inframmettiamo tra noi e ciò di cui davvero
ci importa, e che costituisce il metro, positivo o negativo, al quale
commisuriamo ogni conoscenza. Si può scoprire che se pure è lo spazio il mezzo
di cui abbiamo percezione, possiamo attraversarlo solo nel tempo, ed è il tempo
il nostro orizzonte. E possiamo allora far nostro il proposito di Eliot: Noi non cesseremo di esplorare, e fine di
ogni nostra esplorazione sarà arrivare là donde partimmo, e conoscere il luogo
per la prima volta.