In Giappone sulle montagne dimorano gli dei, che nella stagione del raccolto scendono in pianura. La geografia delle montagne sacre giapponesi è di derivazione shintoista. Primeggia tra tutte il Fuji, che s’alza sulle nubi come un ventaglio rovesciato, spettrale e maestoso. Gli adepti della setta shinto Duso-kyo lo scalano invocando via via la purezza della vista, dell’udito, dell’odorato, del sentimento e della percezione spirituale.
Dalla fusione di diversi riti shinto è nato lo shugendò (shu è l’illuminazione iniziale, gen la comprensione totale, do la via che porta al Nirvana). Lo praticano i maghi della montagna o yamabushi (cioè “coloro che giacciono sulle montagne”), i quali col tempo badarono piuttosto alla redenzione che all’acquisto di potere, piuttosto all’identificazione con il Buddha cosmico che alla dominazione dei demoni.
Lo yamabushi si fa flagellare dalle acque gelide di una cascata, preludio all’identificazione con i vari segni della realtà: progressivamente si identifica con l’inferno, il mondo degli affamati, delle belve, dei titani e degli uomini,, via via che si inerpica, calzando sandali e munito di un bordone, fermandosi ai vari santuari per compiervi il sacrificio del fuoco re altri rituali, tra cui la recitazione di mantra, o formule sacre per evocare i poteri di varie divinità.
A un certo punto della salita tutti i componente del gruppo vengono sospesi a testa in giù sopra un precipizio, perché contemplino la natura transeunte di tutte le cose e si pentano del male compiuto.
Gli Yamabushi raggiungono infine una capanna situata in un alto burrone isolato, vi si rinchiudono nel buio assoluto e immaginano di morire e di entrare nel grembo della montagna stessa. Nell’ultima notte del rituale essi bruciano ceppi che rappresentano le ossa del corpo precedente, riducendo così in cenere quanto resta delle loro passioni e illusioni. Il mattino seguente, al momento di scendere dalla montagna, si rannicchiano in posizione fetale e balzano in piedi con un grido acuto, simbolo del momento estatico della rinascita e dell’ingresso in una nuova vita che li condurrà all’illuminazione.
Durante il periodo medioevale molti yamabushi, dopo aver acquisito poteri ascetici sulle montagne sacre dello shugendo, si dedicarono a sviluppare presso diverse comunità il culto nei confronti di una particolare montagna delle vicinanze. Diffondendosi in questo modo, lo shugendo divenne la forma di religione predominante tra la gente umile del Giappone, fino a quando la restaurazione nazionalistica Meji del 1868 bandì ogni credenza diversa dallo shintoismo puro.