Bruce Chatwin l’ho conosciuto “In Patagonia”.
A dire il vero ero arrivato laggiù proprio insieme a lui; ma sulle prime questo
non mi era sembrato importante, perché avevo scelto il libro per il titolo, non
per l’autore. Quel titolo mi intrigava: la Patagonia per me ha da sempre
equivalso all’altro capo del mondo, all’idea della fuga assoluta. E in effetti
la Patagonia che cercavo l’ho poi trovata, in quelle pagine, con l’ossessione
del vento, la solitudine, la desolante immensità degli spazi: tutte cose
passate però in secondo piano, quando mi sono reso conto di aver trovato ben
altro, di aver conosciuto uno scrittore vero, un viaggiatore vero, un amico.
Non è stata una folgorazione: piuttosto un affetto cresciuto con la
frequentazione. Dopo “In Patagonia” è stata infatti la volta de “Il Viceré di
Ouidah”, opera apparentemente del tutto diversa dalla prima, che mi ha
spiazzato, convinto com’ero di aver trovato con Chatwin un filone narrativo ben
determinato. Mi sono ritrovato indietro di due secoli, nell’Africa della tratta,
dei mercanti-avventurieri, dei sovrani grotteschi e sanguinari di effimeri
regni costieri. Ho faticato, in un primo momento, a ritrovare in quel brulichio
di corpi e riti e teste mozze e harem il narratore dei silenzi della Patagonia:
fino a quando non ho realizzato che non ero al cospetto di un serialista, ma di
un autentico fenomeno, capace di attraversare gli spazi e i tempi e le storie
più diversi mantenendo intatta la genuinità dell’interesse e la padronanza
stilistica. La conferma, se ancora ce ne fosse stato il bisogno, è venuta con
“Utz”. Ancora un’altra epoca, altri luoghi; dagli spazi immensi e aperti al
chiuso di un appartamentino praghese, all’atmosfera soffocante di uno stato
poliziesco. Un capolavoro di finezza, una storia minima eppure straordinaria di
“resistenza umana”. Ormai entrato in sintonia, ho ricavato piaceri di lettura
che mi erano negati da un pezzo da “Le vie dei canti” (l’o- pera più vicina,
nell’impostazione, a “In Patagonia”), un pellegrinaggio lungo le “Piste del
sogno” degli aborigeni australiani, e soprattutto da “Sulla collina nera”,
storia povera di spazi, giocata com’è in un ristrettissimo lembo della campagna
gallese, ma densa di avvenimenti e di inquietudini. Da ultimo, la raccolta di
brevi articoli e di bozzetti “Che ci faccio qui” mi ha fatto avvertire una
sensazione di intimità con Chatwin quale solo avevo conosciuto, forse, per
Salinger. Eppure di lui, della sua vita, so ben poco. E mi accorgo che non mi
interessa saperne di più. Chatwin non entra di prepotenza nei suoi libri. È già
lì, e riesce naturale e scontato il fatto di trovarcelo. Non importa come sia
finito in Patagonia, o in Australia, o a Praga, perché importano quello che
vede, la gente che incontra, le vicende semplici e insieme esemplari che
annota. Benché la sua ottica sia particolarissima, e i suoi interessi siano
tutt’altro che comuni, non è la sua storia, la sua figura ad emergere: sono
luoghi, persone, eventi proposti da un testimone intelligentemente curioso e
intimamente partecipe, ma sempre discreto. Il fatto è che Chatwin rispetta
sempre, pur senza essere acritico, i suoi interlocutori, anche quando è in
presenza di scelte di vita singolari, e magari difficili da comprendere. Nella
sue pagine troviamo la loro voce, non le interpretazioni dell’autore. E questo
significa rispettare anche il lettore, dargli credito di intelligenza e di
autonomia di giudizio. Per questo non ha bisogno di andare in caccia di vicende
o personaggi sensazionali: nell’era del reportage, dell’obbligo alla
spettacolarità e della spettacolarizzazione dell’ordinario, egli racconta una
quotidianità che diventa eccezionale ai nostri occhi solo per il fatto di
essere quotidiana. Sentiamo che raccoglie dai suoi viaggi e dai suoi incontri
quello che noi avremmo raccolto e che sarebbe stato ritenuto dal filtro della
nostra memoria. Ci dà conforto, soprattutto, sapere che per il mondo girano, in
mezzo a tanti imbecilli, uomini come lui: e che non è impossibile ogni tanto
incontrarne qualcuno, magari non di persona, magari solo attraverso le pagine
di un libro. È già molto, è già una risposta alla domanda posta a titolo
dell’ultima raccolta dei suoi scritti: che ci faccio qui?
Bruce Chatwin è scomparso nell’89, non ancora cinquantenne. Le sue opere hanno cominciato a circolare in Italia nei primi anni ottanta, incontrando anche un certo successo, ma senza fornire mai lo spunto per l’esplosione di un “caso letterario”. Il che, se ho ben capito il personaggio, è esattamente ciò che l’autore voleva, o comunque è ciò che io amo pensare preferisse. (Così come non mi è affatto spiaciuto che nessuno dei sacerdoti della critica letteraria italiana si sia accorto della sua morte - e d’altronde neanche della sua opera - e che gli siano state risparmiate le aspersioni delle solite brode di ovvietà). In questo modo posso continuare a pensare a lui come ad un amico, ai suoi libri come a lunghe missive personali, condivise al più da una piccola cerchia selezionata. e se mi sono deciso scrivere queste poche righe che lo riguardano è proprio perché so che pochissimi le leggeranno.